Il "metodo Report", non è una novità, può travalicare i confini della privacy e magari anche anticipare le sentenze. Ieri Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione di Rai3, ha esultato a mezzo social: "Il collegio presieduto dalla dottoressa Laura Tricomi ha respinto il ricorso del Garante della privacy e di Armando Siri, contro la sentenza che li vedeva soccombenti dalla Corte di appello di Roma". La vicenda è nota: nella puntata del 2020 "Vassalli, valvassori e valvassini", Report ha mandato in un onda uno scambio di mail del 2017 tra Siri, esponente della Lega che allora non rivestiva alcun incarico, e Aldo Storti. Conversazioni private in cui si parlava di astrologia, oroscopo e ascendenti. E non è un caso che il Garante, nel 2023, abbia riconosciuto la violazione dell'articolo 15 della Costituzione, quello sulla segretezza della corrispondenza, imponendo alla Rai di non ripubblicare quei messaggi. Non è bastato. Un tecnicismo, infatti, ha fatto saltare il banco: la violazione del termine massimo, che corrisponde a un anno.
Questa, almeno, è la motivazione con cui il Garante è stato bocciato sul "caso Siri". A decidere in via giudiziaria è stata Luciana Sangiovanni, presidente della sezione immigrazione del Tribunale di Roma. Lo stesso magistrato che, nell'ottobre del 2024, aveva respinto il trattenimento dei migranti nei Centri di permanenza per i rimpatri, ai tempi appena costruiti in Albania. La decisione della Sangiovanni è maturata attorno al termine "perentorio", cioè alle tempistiche entro cui si sarebbe dovuta svolgere l'intera procedura. Ma è un argomento pacifico?
Secondo l'avvocato Fabio Pier Giorgio Criscuolo, legale di Siri, no. Il termine "perentorio" che il Garante deve rispettare, infatti, è tale non per la legge italiana ma per alcune sentenze della Corte di giustizia europea. "In mancanza di un intervento del legislatore italiano - spiega al Giornale - , con le sentenze della Corte di Giustizia europea sono state modificate le regole processuali in corso di giudizio". Anche l'esponente leghista, poi, ha subìto le lungaggini della decisione del Garante: "Come la Rai Spa, anche il cittadino Siri, assolutamente estraneo alla procedura, ha dovuto attendere un lungo lasso temporale per ottenere la decisione". Insomma, se le rigidità temporali valgono per la Rai, devono valere anche per Siri, che ha visto i suoi messaggi pubblicati a mezzo Tv. Tanto più che il Garante aveva rispettato l'unico termine che il legislatore italiano ritiene "perentorio", ossia i 120 giorni per l'addebito. Ma andiamo avanti. Perché la vicenda, a questo punto, si perde nei meandri dei cavilli della giustizia italiana e incontra anche il Covid, con tutti i rallentamenti che la pandemia ha comportato pure per i procedimenti giudiziari, fino ad arrivare a ieri. Quando oltre a Ranucci, anche il Fatto Quotidiano, giornale diretto da Marco Travaglio, ha dato notizia della sentenza. "Sebbene la Corte di Cassazione non ci abbia notificato la sentenza - annota - il FQ ha pubblicato un articolo, anticipando in maniera sorprendente l'esito e le motivazioni sottese". Niente di cui stupirsi. Sotto il profilo politico, invece, vale la pena evidenziare come la Lega si stia battendo per modificare alcune regole inerenti alle disposizioni del Garante della privacy. Tra queste, con la proposta a prima firma della senatrice Simonetta Matone, a sua volta leghista, verrebbero estesi i poteri del collegio in materia di pubblicità delle sentenze di assoluzione o proscioglimento. Anche l'Anm è stata audita sul tema, e la categoria dei giudici non ha sollevato particolari obiezioni. La proposta è in Commissione Giustizia del Senato.
"Siri è anche stato condannato dal Tribunale di Roma al pagamento delle spese processuali" fa presente il legale dell'ex sottosegretario. Insomma, almeno quando c'è Report di mezzo, tutelare la propria corrispondenza sembra un'impresa.