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Solo a carte coperte. La strategia Trump fra la trattativa e l'ultima spallata

Il gabinetto di guerra non fa chiarezza, la Casa Bianca: stop bombe fino al 6 aprile

Solo a carte coperte. La strategia Trump fra la trattativa e l'ultima spallata
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"Chiariamo le cose, sono gli iraniani che stanno implorando di fare un accordo, non io", ma "non so se ci riusciremo, non so se vogliamo farlo". Con Teheran, dopo la consegna attraverso il Pakistan del piano in 15 punti, ci sono stati "forti e positivi scambi di messaggi" e ci sono "forti segnali di una possibilità" di accordo. Stesso luogo, la Cabinet Room della Casa Bianca. Stessa circostanza, la prima riunione di gabinetto dopo l'inizio della guerra. Due interlocutori diversi: il primo, il presidente Donald Trump; il secondo, il mediatore Steve Witkoff. Chi attendeva la riunione di ieri per fare un po' di luce sulla trattativa in corso tra Washington e Teheran, è uscito dalla West Wing con le idee confuse. Né a chiarirle hanno contribuito gli interventi di JD Vance e Marco Rubio, coinvolti anche loro nei colloqui con la controparte iraniana. Alla richiesta di Trump di fare il punto sulle trattative, il vicepresidente, il più scettico nell'Amministrazione sull'operazione militare, ha di fatto non risposto e, dopo un lungo giro di parole per eludere la domanda, ha invitato a pregare per le truppe al fronte in occasione della settimana pasquale. Il segretario di Stato, col voto teso nel corso di tutta la riunione, si è limitato a ripetere che questa guerra avrebbero dovuto già scatenarla "tutti i presidenti" che hanno preceduto Trump. Quanto al segretario alla Difesa Pete Hegseth, anche lui interpellato dal presidente, non è riuscito a fare chiarezza sulla possibilità che i pasdaran abbiano o meno minato lo Stretto di Hormuz. "Non sappiamo veramente se hanno posato delle mine", aveva appena detto Trump. Un'affermazione non certo rassicurante. Il presidente, che ieri è apparso più erratico del solito, alternando i commenti sulla guerra a lunghe digressioni sui lavori di rinnovamento della Casa Bianca, sul progetto di un nuovo "Arco di Trionfo" a Washington e ai consueti attacchi ai suoi avversari politici, con l'esibito scetticismo riguardo alla possibilità di una soluzione pacifica della guerra ha ora imboccato una "terza via" rispetto ai precedenti messaggi. Un compromesso tra le minacce lanciate a Teheran lo scorso weekend di distruzione delle infrastrutture energetiche in caso di mancata riapertura dello Stretto, e i "passi positivi" che lo avevano portato lunedì a rinviare il suo ultimatum, la cui scadenza era rimandata a oggi. "Non lo so ancora. Non lo so. Witkoff, JD e Jared (Kushner) mi diranno se, a loro avviso, le cose stanno procedendo; e se non dovessero procedere, allora forse no", ha detto il tycoon ai cronisti che chiedevano se avrebbe preteso dagli iraniani il rispetto della scadenza. "Abbiamo molto tempo, sapete una cosa? Un giorno, nel tempo di Trump, è un'eternità". Di nuovo, poca chiarezza rispetto alle prossime mosse. "Non lo dico certo a voi", ha risposto ancora il presidente alla domanda sulla possibilità di un'operazione di terra per conquistare l'isola di Kharg. Il controllo del petrolio iraniano in stile Venezuela? "È un'opzione". Stop ai bombardamenti in caso di accordo? "Ci sono altri bersagli che vogliamo colpire prima di andarcene".

Poi, nel tardo pomeriggio, l'ennesima svolta del tycoon, con un annuncio su Truth: "Su richiesta del governo iraniano, la presente dichiarazione serve a comunicare che sospendo il periodo di distruzione degli impianti energetici per 10 giorni, fino a lunedì 6 aprile 2026, alle ore 20 (ora della Costa Orientale)". Trump motiva la scelta: "I colloqui sono in corso e, nonostante le erronee dichiarazioni contrarie diffuse dai media fake news e da altri soggetti, stanno procedendo molto bene".

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