"Speranza dai farmaci adattati. Ma no al fai da te"

L'infettivologo: "Troppi elementi ignoti, cruciale il ruolo degli asintomatici per la diffusione"

«No alle cure fai da te e ai rimedi presunti miracolosi. Qualsiasi farmaco deve essere prescritto dal medico e alcuni sono somministrabili esclusivamente in ospedale». Ai tempi del coronavirus, infestati oltre che dalla diffusione del Covid-19 anche dalle fake news è bene affidarsi agli esperti. Roberto Cauda professore Ordinario di Malattie Infettive dell'Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore dell'Unità Operativa di malattie infettive della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs, fa il punto rispetto ai farmaci che in questo momento vengono impiegati per mitigare gli effetti della malattia sui pazienti critici. Nel 2003 quando esplose l'epidemia di Sars il professor Cauda fu tra gli scienziati che ipotizzarono che la clorochina (un antimalarico)potesse avere un effetto antivirale verso il coronavirus responsabile della Sars.

Professor Cauda possiamo parlare di farmaci efficaci nella cura del Covid-19?

«Abbiamo buone aspettative sull'anticorpo monoclonale 47D11 utilizzato in uno studio clinico condotto dall'Università di Utrecht. Occorre però fare molta attenzione. Grazie all'esperienza fatta in Cina possiamo utilizzare farmaci che non sono espressamente disegnati per il coronavirus ma che sono già stati testati con questo fine anche sull'uomo. Si tratta ad esempio di antivirali aspecifici come la clorochina. Ancora gli inibitori della proteasi utilizzati per l'Hiv e poi contro la Mers. Il Remsedivir impiegato per l'Ebola. Ribadisco che si tratta di cure somministrabili soltanto in ospedale e che hanno anche affetti collaterali pesanti».

In molti casi questi trattamenti si sono dimostrati efficaci nel contenere l'aggravamento della malattia.

«Si tratta di farmaci adattati per questo sono in corso due mega trial. Il primo promosso dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms): Solidarity, vasta sperimentazione clinica che coinvolgerà migliaia di pazienti affetti da Covid-19 in tutto il mondo con l'obiettivo di è sull'eventuale efficacia di qesti trattamenti. La Francia ha messo in piedi Discovery, una sperimentazione simile che coinvolgerà 3200 pazienti in diversi paesi europei».

L'Italia ha il dato di mortalità più alto del mondo. Quali sono le ragioni?

«Allora intanto parliamo di letalità ovvero della percentuale dei decessi sul totale dei pazienti contagiati. Le ragioni sono complesse ed è chiaro che no ci sono ancora troppi elementi ignoti. Comunque dobbiamo guardare al dato differenziato per classi di età. Quel dato si impenna dai 70 anni in su con la presenza di comorbilità. Poi l'altra incognita riguarda il dato vero dei contagiati. Quanti sono i pauci sintomatici e gli antisintomatici? Allargando la platea dei contagiati la percentuale scende».

Possiamo ipotizzare un legame con particolari condizioni presenti nell'area dove si impennano i contagi?

«Ritengo che l'esplosione di casi al Nord dipenda dal fatto che il coronavirus circolasse già dai primi di gennaio ed inizialmente è stato confuso con l'influenza stagionale. Difficile combattere un nemico quando non sai di averlo già in casa. Si tratta di un virus insidioso di cui al momento sappiamo molto ma non tutto».

Insidioso?

«Facciamo un confronto con la Sars: quel coronavirus si manifesta subito con sintomi gravi dunque è più facile isolarlo. Il paziente asintomatico affetto da Covid-19 invece inconsapevolmente è in grado di infettare molte persone perché non sta male, non sa di essere infetto. É cruciale il ruolo degli asintomatici. Soltanto alla fine dell'epidemia potremo monitorare le aree e attraverso studi siero epidemiologici capire l'impatto del virus».

La domanda che si fanno tutti è quando finirà?

«Capisco che tutti vorremmo delle certezze ma non ne abbiamo. Ho buone speranze che il lockdown attuato in zone dove ancora non erano attivi focolai importanti possa evitare che l'esperienza della Lombardia si ripeta in altre zone. In Cina l'epidemia è in regressione. L'Europa però deve muoversi compatta mi pare che finalmente ci sia una presa di coscienza della necessità di prendere misure omogenee».

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