Spunta l'ipotesi di tre vice. Il premier accerchiato le pensa tutte per restare

Zingaretti difende Conte, ma il Pd è diviso E Di Maio non chiude le porte al rimpasto

Spunta l'ipotesi di tre vice. Il premier accerchiato le pensa tutte per restare

Un Conte ter con tre vicepremier (Zingaretti, Di Maio e Renzi) o tirare avanti come un treno fino allo strappo? A Palazzo Chigi si valutano le opzioni per uscire dall'angolo. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è sotto assedio. Renzi picchia duro come un martello. Il Pd (ma non è compatto) prova a costruire un cordone di sicurezza attorno al premier. Nel M5s non c'è fretta di procedere al rimpasto. Ma il ministro degli Esteri Luigi Di Maio valuta l'idea non un problema. Perché sarebbe utile a mettere sul piatto qualche poltrona per la fronda Di Battista-Casaleggio. Ed infatti ieri è arrivato a Conte il sostegno dell'ex parlamentare grillino Alessandro Di Battista, che fino a una settimana fa ha minacciato di far saltare in aria l'esecutivo. Il rimpasto sotto l'albero di Natale potrebbe essere l'occasione per ripescare un po' di grillini trombati e delusi come Barbara Lezzi e Danilo Toninelli. Nella maggioranza si naviga a vista. Si attendono le mosse di Matteo Renzi. Ieri Conte, nel videomessaggio inviato per l'evento Equologica, ha ribadito un paio di concetti. Innanzitutto il premier ha «chiesto di lavorare tutti nelle stessa direzione», auspicando «un nuovo inizio, per una rinascita culturale, sociale, politica ed anche economica».

Sul tema del Recovery fund, oggetto dello scontro con i renziani, il capo del governo ha puntualizzato: «Non si tratta di vuoti slogan elettorali ma di una precisa agenda politica, e la mia azione è sempre stata orientata all'impegno nella riduzione del divario delle diseguaglianze sociali, alla creazione di una rete solidale per l'inclusione di tutti». Nel 2021 Conte si vede ancora a Palazzo Chigi. Anzi «sarà l'anno delle sfide». Al netto delle parole del capo del governo, la corsa ad elezioni anticipate non è più un tabù. Tant'è che sono stati definiti i nuovi collegi per Camera e Senato. Conte nei prossimi giorni incontrerà il leader di Italia viva per capire fino a che punto sia possibile una trattativa. Dal fronte Pd arriva lo stop a un rimpasto. Ma la posizione non è unanime. La linea ufficiale è di non abboccare ai giochetti renziani. Posizione ribadita ieri dal segretario Nicola Zingaretti che ha chiuso la porta a un Conte ter: «Dobbiamo avere la consapevolezza che i problemi non si narrano, non si cavalcano, non si contemplano, ma si affrontano perché la rinascita passa dallo sconfiggere il virus». Va dritto alla minaccia il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia: «Il governo attuale era l'unica alternativa a quello Lega-M5s e se fallisce, l'unica strada che rimane è quella che porta alle urne». Non c'è un fronte compatto. Andrea Orlando e Goffredo Bettini premono per aprire una trattativa sul rimpasto. La strada verso una verifica sembra imboccata. Conte vedrà separatamente Renzi, Di Maio e Zingaretti. E poi formulerà la sua proposta.

Da ieri però in casa giallorossa è scoppiata anche la grana Fico. Il presidente della Camera in un'intervista a Repubblica ha minacciato il voto: «Non è tempo di ricatti. Se cadesse questo esecutivo, l'unica strada possibile sarebbe il voto. Le condizioni per una nuova maggioranza non ci sono». Parole che hanno fatto saltare dalla sedia gli esponenti di Pd e Italia viva. Dichiarazioni e conflitti che ora rischiano di far perdere la pazienza al capo dello Stato Sergio Mattarella.