"Stiamo cedendo alla destra la nostra agenda riformista. Un errore criticare Draghi"

Il capogruppo avvisa i 5 Stelle: "Alleanza impraticabile con chi ha simpatie cinesi"

"Stiamo cedendo alla destra la nostra agenda riformista. Un errore criticare Draghi"

Senatore Andrea Marcucci, il vicesegretario del suo partito attacca Draghi per aver scelto dei consulenti «ultras liberisti» per il Pnrr. «Posto che il premier è libero di scegliere chi vuole in modo autonomo - dice il capogruppo Pd a Palazzo Madama - mi pare che il tweet di Provenzano sia eccessivo e anche sbagliato: probabilmente non conosce la differenza tra liberale e liberista, forse dovrebbe ripassarla».

Eppure c'è chi nota che il Pd sta regalando al centrodestra il governo Draghi, la sua agenda riformista e la centralità internazionale che ha dato all'Italia. Come se lo spiega?

«Non me lo spiego, e mi batterò affinché non succeda. L'agenda Draghi e il posizionamento internazionale del governo sono i nostri, sono altri i partiti che guardano alla Russia o alla Cina come riferimenti».

Si riferisce al bacio della pantofola all'ambasciata cinese di Grillo e (quasi) di Conte? Non si sono sentite molte prese di distanza dal Nazareno...

«Diciamo che alcune simpatie del M5s verso la Cina è meglio che restino confinate tra i pettegolezzi raccolti dai media. Non penso che sarebbe possibile allearsi con chi ha simpatie internazionali per noi inconcepibili. Ed è chiaro che Draghi non potrebbe accettare distrazioni di questo genere. E neanche il Pd, sia chiaro».

Anche Massimo D'Alema, fondatore di Leu e già gran consigliori di Conte premier, mostra grandi entusiasmi per Pechino.

«D'Alema? Sono anni che è fuori dal Pd. Noi restiamo atlantisti e europeisti convinti, a fianco del governo».

Però la linea del Pd resta quella dell'alleanza con M5s (oltre che con Leu). Anche se per ora non pare mietere successi, in vista delle Amministrative...

«Le alleanze decise nelle segrete stanze a Roma non possono funzionare. Vanno fatte a partire da visioni e progetti comuni, nazionali e sui territori. E dipendono dalla legge elettorale, su cui bisogna ragionare. Io sono per un proporzionale, sia pur con forti correttivi, che ci permetta di correre con il nostro progetto e non ci costringa ad accordi difficili. Alle Amministrative, dare per scontato che l'accordo con M5s fosse obbligatorio ha finito per penalizzarci. Prima bisogna aprire e rafforzare il Pd, poi se mai si discute di alleanze. E se poi chi critica le alleanze viene punito...».

Si riferisce al dirigente romano sospeso per le critiche a Bettini?

«Mi è parso un riflesso condizionato di vecchio stile ideologico, preso senza mettere in funzione il cervello. Spero venga prontamente annullato. Lo stato maggiore dem deve acquisire consapevolezza che o il Pd resta riformista e pluralista o si trasforma in un fortino identitario di cui non si sente francamente bisogno».

Intanto nei sondaggi il Pd resta inchiodato intorno alle percentuali del 2018, che vennero definite catastrofiche. Perché?

«Il Pd, ripeto, deve tornare alla sua vocazione pluralista, riformista e non ideologica e identitaria. Bisogna riaprire il confronto con tutti i mondi, tornare ad aprirsi, avere proposte innovative su economia, crescita, sviluppo, riforma garantista della giustizia. Se ci si rinchiude in ambiti ristretti e un po' nostalgici, risalire nei sondaggi sarà difficile».