È finita la stagione dei trafficanti di disperati, vomitati sulle spiagge italiane in cerca di fortuna da spregiudicati scafisti, è finita la strumentalizzazione del diritto d'asilo. Il premier Giorgia Meloni si gode il suo successo in Europa sulle politiche migratorie, nel giorno in cui viene approvato il nuovo regolamento Ue sui rimpatri. La maggioranza composta da Ppe, Ecr, Patrioti ed Europa delle nazioni sovrane raccoglie 481 sì, solo 218 i no delle sinistre. Divisi i liberali, con 37 sì, 21 no e 12 astenuti.
"È un provvedimento storico frutto soprattutto del nostro lavoro - sottolinea il leader Fdi - che ci consente di rimandare all'estero velocemente chi non ha titolo a stare nell'Unione europea", vedi il provvedimento sui rimpatri volontari licenziato l'altro giorno dal Parlamento. Nel video diffuso sui social la Meloni rivendica il suo ruolo in questo cambio di rotta inimmaginabile qualche anno fa, che passa proprio dall'intuizione italiana dei Cpr nei Paesi terzi, strada tracciata da Palazzo Chigi "con il protocollo con l'Albania, una soluzione innovativa che la sinistra italiana ed europea ha tentato di contrastare in ogni modo ma che oggi è uno strumento a disposizione dell'Europa intera" assieme all'apertura dei corridoi dei "Paesi terzi sicuri" di transito verso i Paesi d'origine. Eccola, la vera Remigration frutto di intese multilaterali, diplomazie, respingimenti accelerati e norme innovative: "Difendere i confini, ridurre drasticamente gli sbarchi, combattere i trafficanti di esseri umani, rimpatriare subito chi non ha titolo. Avevamo promesso agli italiani che avremmo cambiato l'Europa e lo abbiamo fatto, con coraggio, con pazienza, con determinazione, perché la nostra bussola è chiara, rispettare il programma votato dai cittadini punto per punto, non ci fermeremo, andremo avanti", promette la Meloni.
"Per anni la sinistra delle porte aperte ha ignorato ingressi indiscriminati e gli allarmi su sicurezza, legalità e controllo delle frontiere", ricorda il ministro per gli Affari Ue Tommaso Foti. Tutte questioni che oggi interrogano tutta l'Europa, tanto che il presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ricorda come "dall'inizio dell'anno gli attraversamenti illegali delle frontiere" siano "diminuiti del 40%". Ieri si sono riuniti a Roma, su invito del nostro ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, i suoi colleghi Nicholas Ioannides (Cipro), Athanasios Plevris (Grecia) e Glenn Bedingfield (Malta) per discutere delle crisi migratorie legati alle nuove instabilità geopolitiche, dall'Afghanistan al Libano. Obiettivo combattere "le rotte sospette del traffico dei migranti" lasciando soccorso e salvataggio in mare come "prerogativa degli Stati", per evitare che la presenza delle Ong in mare "si trasformi in un pull factor per i flussi irregolari". Un impegno ribadito dai leader del G7 in una dichiarazione pubblicata nella notte. "Cambiano le leggi, non il mare e chi ci muore dentro", fa invece sapere Oscar Camps, fondatore dell'Ong Open Arms.
Se i vescovi europei si dicono "preoccupati per il possibile indebolimento dei diritti umani", l'opposizione piange lacrime di coccodrillo, consapevole che il loro pseudo modello di integrazione "facciamoli sbarcare tutti" ha fallito, incrinando definitivamente la loro credibilità al governo. I Cinque Stelle parlano di "norme disumane e costose, dettate da ideologia e propaganda".
I socialisti Ue ipotizzano "retate di deportazione in stile Ice" mentre di "disgregazione dell'Ue", ragiona con toni apocalittici il segretario di +Europa Riccardo Magi, secondo cui questo "obbrobrio giuridico viola il diritto Ue e spiana la strada a contenziosi e ricorsi giuridici". Eccolo, l'ultimo spauracchio: un nuovo braccio di ferro tra politica e magistratura. Ma stavolta i margini per le sentenze ideologiche sembrano strettissimi.