"Stop al diritto di veto. Bastano solo 14 voti per cambiare i trattati"

L'ambasciatore: "Nell'unanimità pesano gli interessi nazionali. Kiev nell'Ue tra decenni"

"Stop al diritto di veto. Bastano solo 14 voti per cambiare i trattati"

L'ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell'Istituto affari internazionali (Iai) già rappresentante permanente d'Italia presso l'Ue a Bruxelles (2008-13), è convinto che una «spinta» per la revisione dei trattati comunitari sia possibile.

A Strasburgo, Macron ha ribadito la necessità di una revisione. Von der Leyen sostiene il superamento del diritto di veto. Tecnicamente si può «forzare» il Consiglio europeo?

«L'articolo 48 del trattato sull'Ue prevede che anche solo uno Stato membro, ma anche il Parlamento o la Commissione possano fare una proposta di revisione dei trattati e possano proporre l'avvio del processo convocando una Convenzione, cioè un foro di riflessione dove verrebbero elaborate le proposte».

Una procedura un po' macchinosa...

«Sì, ma può essere messa in moto con un voto a maggioranza semplice del Consiglio europeo. Cioè una volta presentata la proposta, e in questo caso sarà il Parlamento europeo a farla, perché l'ha già annunciato, il Consiglio si deve pronunciare e lo può fare a maggioranza semplice dei suoi membri».

Quindi basterebbero 14 Stati per inseguire la «disobbedienza»?

«Sì, 14 voti favorevoli sarebbero sulla carta sufficienti».

Tra i quali ci sarà quasi certamente anche l'Italia. Che alternative ci sono? E che tempi si possono prevedere?

«Oggi abbiamo una situazione in cui 13 Paesi membri ribadiscono la contrarietà all'ipotesi di revisione dei trattati. Ma ci sono due tipi di revisione. Questa, più radicale, che si può mettere in moto con una convenzione, e revisioni più semplici, più mirate, su singole disposizioni dei trattati».

Cioè?

«Si può realizzare sempre con una decisione del Consiglio europeo ma con una conferenza intergovernativa, e cioè una conferenza diplomatica dei Paesi membri dell'Unione. Ma se approvata, per la loro entrata in vigore è necessaria sempre la ratifica di tutti i Parlamenti dell'Ue. Un processo non necessariamente consensuale».

Che tempi si possono prevedere ?

«Difficilmente prima della pausa estiva, quindi immagino tempi lunghi nell'ipotesi della convenzione. Se ci fosse accordo tra Stati membri e Commissione su aggiustamenti mirati, i tempi sono più ravvicinati. Ma sempre al di là del Consiglio europeo di giugno. Per quella scadenza, 23 e 24, non verranno prese decisioni».

Perché i baltici, Stati dell'Europa settentrionale e centrale parlano di operazione «prematura»?

«Alcuni Paesi sono convinti che non siano necessari passi ulteriori su una maggiore integrazione. Trasferire alcune materie dall'unanimità al voto a maggioranza qualificata vuol dire di fatto rinunciare a pezzi di sovranità nazionale. Altri possono essere preoccupati che decisioni simili possano aprire un dibattito interno mettendo a rischio maggioranze di governo».

Due ex presidenti del consiglio, agli antipodi come Berlusconi e Prodi, sono d'accordo nel superamento del «veto». Però sappiamo che la fine dell'unanimità in teoria si può realizzare solo con un voto all'unanimità. Come se ne esce?

«Non è facile uscirne. È anche possibile immaginare sviluppi progressivi, cioè materia per materia. Si va a vedere dove c'è più consenso per passare dall'unanimità alla maggioranza lasciando da parte materie più sensibili dov'è difficile ottenere il consenso di tutti i 27».

Il fantasma del «veto» è tornato ad aleggiare sul sesto pacchetto di sanzioni, sullo stop al petrolio russo. Una maledizione per la politica estera comune europea?

«Da più di una settimana si sta cercando l'accordo, è lo specchio delle difficoltà di superare la regola dell'unanimità. Non ho particolari simpatie per l'Ungheria di Orbán, ma posso capire la sua posizione, ha una fortissima dipendenza dal greggio russo, non ha possibilità di approvvigionamenti via mare e oggi non può fare a meno del petrolio di Mosca. È un esempio di interessi nazionali vitali che entrano in gioco».

Macron ha ripreso un'idea di Mitterrand, lanciando una «comunità politica europea» più ampia per includere l'Ucraina. È realistica?

«La teoria dei cerchi concentrici. Ma la verità è che abbiamo promesso l'adesione all'Ucraina e sappiamo che ci vorranno decenni. E quindi serve immaginare una situazione intermedia, una sistemazione. Ai Balcani occidentali abbiamo promesso nel 2003 la prospettiva di adesione. Sono ancora in sala d'attesa».

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