All'indomani del fallimento dei colloqui di Islamabad due soluzioni attirano l'attenzione di Donald Trump. La prima è la realizzazione di un blocco navale con cui rispondere alla chiusura iraniana di Hormuz. In quest'ipotesi le unità navali statunitensi presenti nel Golfo dovrebbero bloccare tutte le navi transitate dallo Stretto grazie al pagamento dei balzelli imposti da Teheran o dei buoni rapporti tra i loro governi e quello iraniano. "Non permetteremo all'Iran di guadagnare vendendo petrolio a chi gli piace e non a chi non gli piace" annuncia il presidente a Fox News. E spiega di pensare ad un blocco simile a quello attuato nei confronti del Venezuela con l'obbiettivo di arrivare a una situazione in cui "a tutti è permesso di entrare e uscire".
La seconda opzione - emersa dall'effluvio di dichiarazioni televisive e post affidati a Truth, il social di sua proprietà - è una ripresa delle operazioni belliche al fianco di Israele. Secondo Trump lo scoglio su cui si sono arenati i negoziati di Islamabad è, proprio, il nucleare. "Si rifiutano di rinunciare alle loro ambizioni nucleari ma per me, questo è di gran lunga il punto più importante" spiega il presidente. Ma rimettere al centro l'annosa questione significa allinearsi a Benjamin Netanyahu. E quindi tornare a ricorrere a quell'opzione militare che Israele considera l'unica capace di eliminare la minaccia iraniana.
Sia l'opzione del blocco navale, sia quella del ritorno alle armi comportano, comunque, molte incognite. Per comprendere quelle legate al blocco navale basta una cartina geografica. L'Iran ha un largo tratto di territorio affacciato sul Golfo di Oman. In quella zona costiera, 300 chilometri a sud est di Hormuz, ha inaugurato il terminale petrolifero di Bandar-e Jask. Dunque a meno di non radere al suolo sia il terminale di Kharg sia quello di Bandar e Jask, le navi Usa dovrebbero chiudere alla navigazione tutta la zona tra Hormuz e il confine con il Pakistan. Un'operazione che implica tempi lunghi e tante incognite. I tempi lunghi, probabilmente mesi, renderebbero impossibile risolvere crisi energetica e derive inflazionistiche prima delle cruciali elezioni di Midterm di novembre. Le incognite sono legate, invece, agli interessi di una Cina sospettata di aver usato la propria influenza politica per aprire le porte di Hormuz e far passare le proprie petroliere. Il blocco di una nave del Dragone da parte degli Usa, e l'inevitabile crisi politica conseguente, rischierebbe di generare un blocco degli scambi commerciali. Facendo divampare i fenomeni inflazionistici già sperimentati dagli Usa nel dopo Covid.
La tentazione di usare la forza per riaprire Hormuz non offre prospettive migliori. Occupare zona costiera e isole circostanti per poi affrontare i barchini armati di lanciarazzi dei Pasdaran comporterebbe tempi altrettanto lunghi e il rischio di consistenti perdite. Una ripresa delle ostilità motivata dalla necessità di scongiurare la minaccia nucleare non appare più semplice. Per riuscirci bisogna recuperare i 450 chili di uranio arricchiti al 60% sepolti nelle viscere della montagna di Natanz bombardata a giugno dagli Usa. Per farlo non basterebbero gli uomini della Delta Force addestrati al prelievo di componenti nucleari. Oltre a loro servirebbe il dispiegamento di migliaia di uomini in grado di creare una zona di sicurezza con un raggio di una decina di chilometri intorno alla zona d'operazione.
Questa zona "rossa" in pieno territorio nemico andrebbe difesa per il tempo necessario a trasferire gli uomini e i blindati indispensabili per effettuare i lavori di scavo e trasporto nelle cavità bombardate. Un'impresa decisamente rischiosa sia dal punto di vista delle perdite che del risultato finale.