Il cessate il fuoco c'è. Il difficile sarà non solo mantenerlo per i prossimi 15 giorni, ma trasformarlo in pace duratura. E farlo senza concedere troppo a un Iran ormai nelle mani dei pasdaran. Anche perché - anomalia assai rara per una guerra - a dettare i dieci punti della trattativa non è stata l'alleanza militarmente più forte di Stati Uniti e Israele, bensì un Paese costretto a subire per 39 giorni l'iniziativa avversaria. Un'anomalia ancor più evidente se si contempla la possibilità che una trattativa frettolosa regali all'Iran condizioni più vantaggiose di quelle godute prima dell'inizio dell'ostilità.
Da questo punto di vista le discussioni più complesse riguarderanno il controllo dello Stretto di Hormuz, la revisione delle sanzioni, il diritto al nucleare e la definitiva cessazione delle operazioni militari ai danni della Repubblica Islamica e dei suoi alleati. Tutte condizioni che nel documento vergato dagli iraniani e mediato dai pakistani sembrano concedere vantaggi senza precedenti al regime di Teheran. Vantaggi che ovviamente spetterà al vicepresidente JD Vance, capofila della squadra negoziale Usa, riformulare imponendo a Teheran condizioni ben più penalizzanti. E soprattutto più adeguate al ruolo di nazione mutilata nei suoi vertici politici e ridimensionata sul fronte militare. Un'impresa non certo facile. Per capirlo basta partire dal punto più controverso ovvero quello che, sulla carta, assegna all'Iran il controllo di Hormuz concedendogli d'imporre, d'intesa con l'Oman, pedaggi fino a due milioni di dollari per ogni nave fatta transitare. Concedere controlli e pedaggi a Iran e Oman equivale a riconoscere ai due Paesi diritti inesistenti prima di questi 39 giorni di guerra. E implicitamente accettare l'idea che Teheran possa tornare a bloccare lo Stretto. Insomma la prima responsabilità di Vance sarà togliere al nemico la chiave di Hormuz e ristabilire la libertà di navigazione in quel tratto di mare. Anche perché altrimenti qualsiasi intesa cozzerebbe contro il diritto internazionale e non potrebbe venir formalizzata, come pretendono gli iraniani, da un voto del Consiglio di Sicurezza dell'Onu.
Il punto che prevede l'annullamento di tutte le sanzioni, da quelle americane e quelle europee comprendendo sia le primarie sia le secondarie, non è meno controverso. Dandolo per buono si riconoscerebbero a Teheran condizioni previste - nelle passate trattative - solo come conseguenza di una definitiva rinuncia al nucleare. Un nucleare che tornerebbe invece a essere un diritto degli iraniani seppur sotto il controllo dell'Aiea e di ispettori di Paesi terzi come la Francia. La pretesa assolutamente impossibile da incassare per gli Usa è quella che prevede il loro ritiro da tutte le basi mediorientali. Oltre a metter fine a una presenza risalente al 1944, la richiesta lascerebbe assolutamente esposti non solo i Paesi del Golfo, bersaglio in queste settimane dei missili iraniani, ma anche l'alleato israeliano. Un alleato costretto a digerire - non solo lo scorno per una guerra bloccata a metà, ma anche la rinuncia, prevista esplicitamente dai dieci punti - a qualsiasi ulteriore operazione nei territori libanesi controllati da Hezbollah.
Dunque un punto delicatissimo per Trump che si giocherebbe in un colpo solo l'amicizia delle monarchie del Golfo e di Benjamin Netanyahu.
Come delicatissima resta l'architettura di un cessate il fuoco costruito su un progetto disegnato dal nemico. Un bel banco di prova anche per un Donald Trump autore, 39 anni fa, di un libro intitolato L'Arte della Trattativa.