Suicidi e disoccupati: l'Argentina spacciata

Danni economici enormi e in oltre tre mesi di lockdown i casi salgono

Buenos Aires. Estamos jodidos, che in italiano sta per «siamo fottuti». Per raccontare l'Argentina dopo 101 giorni di lockdown è meglio parlare con le persone rintanate in casa piuttosto che leggere Time, che inserisce addirittura il Paese del tango nella top ten delle nazioni che meglio avrebbero affrontato la pandemia. Estamos jodidos lo dicono quasi tutti oggi nella peatonal, il centro semideserto di Buenos Aires. Certo, a differenza dell'Italia, il presidente Alberto Fernández ha chiuso tutto quasi subito, il 20 marzo, e per questo dopo oltre 3 mesi di quarantena tra le più dure al mondo e che continuerà almeno sino il 17 luglio, il numero dei morti è ancora basso, 1.200, ovvero 26 decessi ogni milione di abitanti, un decimo rispetto al Brasile (a 264) in rapporto alla popolazione, che è poi il valore al quale tutti i media dovrebbero guardare (per la cronaca l'Italia è a 574 e il Belgio a 840).

Peccato solo che la curva pandemica argentina stia esplodendo nonostante il lockdown (come in Perù due mesi fa) mentre i danni economici, sociali e umani sono già adesso giganteschi perché il governo «ha rispolverato la massima del Generale Perón, ovvero agli amici tutto, ai nemici la legge», spiega al Giornale Paula Moirano, laurea in Business Administration e che per la pandemia ha perso il lavoro. Ma lei è fortunata, ha studiato al Collegio del Mondo Unito, parla molte lingue e ha una formazione top, mentre per milioni di suoi connazionali senza lo stesso CV sarà difficile ricollocarsi. A cominciare dai proprietari dei 100mila esercizi commerciali costretti alla chiusura.

Basta parlare con la gente per rendersi conto che il clima a Buenos Aires è di disperazione e che «i suicidi si sono moltiplicati - racconta Julio, giornalista enogastronomico - nella città che già ai tempi di Borges era la capitale mondiale degli psicologi nonostante, all'epoca, molti porteños frequentassero i bar per parlare con gli amici dei loro problemi d'amore ma anche politici ed economici», visto che negli ultimi 90 anni in Argentina ci sono stati sei colpi di Stato e otto default. Invece oggi, i bar del centro sono chiusi e gli analisti non bastano più. E allora si rischia la depressione, o peggio.

Come la parrucchiera «denunciata da una vicina perché, nonostante il divieto, continuava a fare messe in piega». Si è tolta la vita perché non poteva vivere senza il suo lavoro. «Come lei sono decine ma è un dramma di cui nessuno parla, così come nessuno denuncia l'attacco alle libertà e gli abusi cui siamo sottoposti», rivela Paula. Esempi? Dall'espropriazione «alla Chávez» della cerealicola Vicentin, alla proposta di fare entrare lo Stato nelle imprese private in crisi, dalla corruzione del polo fieristico Tecnopolis dove con soldi pubblici si doveva inaugurare l'ospedale Covid19 più grande dell'America latina ma che resta chiuso perché «c'è stato un errore di calcolo», ai respiratori fantasma. Non ultimo il Parlamento semichiuso e la possibilità solo per figli e nipoti di desaparecidos di portare all'estero capitali e di comprare dollari senza pagare la «tassa di solidarietà» del 30 per cento imposta ai comuni mortali.

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