Leggi il settimanale

"Il suo consiglio? Con i politici serve chiarezza e senso pratico"

Il ricordo del successore Angelo Bagnasco: "Era un uomo riservato ma affettuoso"

"Il suo consiglio? Con i politici serve chiarezza e senso pratico"
00:00 00:00

"Bagnasco, un altro Ruini". Questo è il titolo che il Manifesto scelse nel marzo del 2007 per commentare il passaggio di consegne alla guida della Cei tra Camillo Ruini e Angelo Bagnasco. In effetti la presidenza dell'arcivescovo emerito di Genova si contraddistinse per un'evidente continuità con la lunga stagione ruiniana e si aprì subito "in trincea" con il governo Prodi in materia di temi etici. In quest'intervista al Giornale, il cardinal Bagnasco ricorda con affetto e gratitudine quel predecessore che più di chiunque altro ha segnato la storia contemporanea della Chiesa italiana.

Eminenza, che consigli le diede Ruini quando le lasciò, dopo 16 anni, la guida dei vescovi italiani?

"I consigli li ho chiesti io, non me li ha dati lui. Questo già dice molto della persona. Era estremamente rispettoso, non amava intromettersi. Certamente io gli ho chiesto consigli perché avvertivo tutto il peso di succedere a un personaggio così importante. Sapevo che non era facile ed avevo un po' di timore, ma alla richiesta di Benedetto XVI dissi semplicemente sì. Il cardinale mi ha esortato subito ad avere fiducia in Dio perché mi avrebbe aiutato anche nelle situazioni più difficili. E mi disse di avere fiducia nei confratelli, perché il presidente non è fuori dal coro ma si muove in comunione con loro".

Quale fu la sua lezione per la gestione dei rapporti con la politica italiana?

"Mi raccomandò di utilizzare molto la chiarezza della verità e il buon senso pratico. Non si devono ingigantire le questioni, vanno affrontate con realismo. Ecco, direi che queste sono state le tre caratteristiche principali del cardinale: una grande fede, una lucida intelligenza e il buon senso comune".

Si può dire che la vostra linea della fermezza sulle questioni etiche si rivelò vincente perché evitò alla Chiesa italiana una condanna all'irrilevanza?

"Vincere o perdere è una questione puramente mondana. Nostro compito è proclamare la verità alla luce del Vangelo e della dottrina della Chiesa. Poi i singoli e le società fanno le loro scelte, ma se i vescovi predicano questo fanno il loro dovere".

La notizia della morte ha provocato messaggi di affetto e gratitudine da una parte, dall'altro anche tanti silenzi e persino insulti. Si aspettava queste reazioni?

"Non lo sapevo e mi spiace scoprirlo. La storia è storia. Chi reagisce così dovrebbe avere un po' di onestà intellettuale. Purtroppo succede quando si vedono le cose con occhiali pregiudiziali e ideologici. Non è la prima volta che ci sono reazioni di questo genere nei suoi confronti. Ripeto, occorre guardare la realtà delle persone con sguardo libero da pregiudizi. Il cardinal Ruini andrebbe ricordato per ciò che è stato effettivamente: una figura generosissima al servizio dei Papi e del magistero della Chiesa".

Quando è stato il vostro ultimo incontro?

"Qualche mese fa a casa sua. Avevo la grazia e il privilegio di andarlo a trovare quando venivo a Roma. Lo stato di salute non gli permetteva di conversare a lungo, ma era rimasta intatta la sua grande lucidità. E si percepiva la sua profondissima fede mentre sentiva crescere in lui la visione dell'eterno guardando il cielo. Lo descrivono come una persona distaccata ma posso testimoniare che non era affatto così: era un uomo abitato da una straordinaria capacità di affetto e di amicizia".

Qual è l'eredità che lascia al rapporto tra Chiesa e politica?

"Al cardinale stava a cuore che l'impegno dei cattolici in politica venisse rilanciato con fiducia e competenza. Bisogna conoscere la fede cattolica, le verità, i valori fondamentali per poterli poi declinare in politica. Non dimentichiamo che la nostra Costituzione traduce il personalismo cristiano.

I legislatori non devono contraddire i valori morali ed etici della ragione. Questo lui ce l'aveva chiarissimo in mente e quando interveniva per ribadirlo non commetteva un'ingerenza: era la consapevolezza che tra fede e ragione non c'è contrapposizione ma c'è collaborazione".

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica