La guerriglia urbana avvenuta sabato a Torino continua a tenere banco anche e soprattutto per la decisione adottata dal giudice per le indagini preliminari. Dei tre soggetti che sono stati fermati per aver aggredito le forze dell'ordine nel corteo pro Askatasuna, uno è agli arresti domiciliari e due hanno solo l'obbligo di firma. Ma come mai sono stati solo tre i fermi, se la devastazione a cui abbiamo assistito ha coinvolto centinaia di manifestanti e se nelle carte si fa riferimento a un gruppo organizzato di oltre 1500 persone?
Perché è cambiata la strategia dell'eversione: la Digos è perfettamente a conoscenza dei profili da monitorare, di chi è potenzialmente pericoloso e di chi frequenta abitualmente realtà a cavallo tra anarchici, pro Pal, gruppi di boicottaggio e centri sociali.
Ma sono proprio queste realtà che, avendo compreso di essere facilmente identificabili, hanno messo in atto una strategia di vero e proprio reclutamento che avviene anche e soprattutto via social, di persone incensurate che però abbiano la predisposizione a delinquere.
In questo modo per le forze di sicurezza è molto più difficile intercettare i volti dei violenti che, oltre a essere interamente coperti, non compaiono nel sistema che loro utilizzano.
Si chiama SARI (Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini) lo strumento che viene utilizzato in questi casi, in dotazione presso il Ministero dell'Interno e la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia dal 2017: confronta i volti dei soggetti ripresi dalle videocamere con un database a disposizione di milioni di immagini. Ma se si è incensurati la comparazione diventa decisamente più complessa, perché questa ricerca avviene a partire da immagini del volto già in possesso della banca dati della Polizia e non c'è ad oggi un sistema che permetta di oltrepassare questo step. Un settore, quello del riconoscimento facciale, che secondo gli addetti ai lavori necessiterebbe di ulteriori step e investimenti soprattutto considerando il clima di perenne conflitto nelle piazze italiane.
Va, infatti, considerato un altro tassello che fa convergere sulle informazioni di cui Il Giornale è in possesso: prima del corteo erano state fatte circa 600 identificazioni. Ma nessuna di queste ha poi avuto un riscontro oggettivo relativamente agli scontri. Volti nuovi, dinamiche sottotraccia di un movimento che si sta organizzando in fretta e a raggiera.
E questa escalation non può che allarmare l'intelligence. Proprio perché il nodo è rappresentato da una serie di "lupi solitari" che in serie e in parallelo vengono fatti convergere con il solo scopo della sovversione.
Ed è proprio questo il motivo in cui risiedono i pochissimi fermi di Torino e le sole 24 denunce.
Perché i frontman della violenza sono sempre meno volti noti e sempre più incensurati che magari erano alla loro prima piazza. L'imprevisto, quindi, è doppio: lo è per gli agenti che devono prestare servizio fuori dalla loro città con tutte le incognite che ciò comporta, lo è per la mancanza di consapevolezza del livello del rischio. E, infatti, i profili dei due trentenni torinesi che sono stati rimandati a casa con l'obbligo di firma rispecchia questa violenza 2.0. Per cui, se da un lato è necessario rafforzare le misure di contenimento della ferocia con cadenza settimanale, dall'altro è necessario "mettersi al livello dei delinquenti" anche dal punto di vista tecnologico, incrementando i servizi a disposizione degli investigatori.
Quello di Torino è stato un tassello decisivo nell'analisi della criminalità, che gli stessi addetti ai lavori stanno studiando, per capire come poter, in tempo, profilare una rete
sotterranea che sembra non avere confini. Né in Italia, né in Europa. Anzi, quei pochi confini sono in rapida espansione, così come lo sono i sofisticati mezzi di cui si dotano questi fantasmi per mettere a ferro e fuoco le città.