I punti chiave
Non uno scontro regionale, ma una vera guerra economica su scala globale. Questo è quello che accade quando la geopolitica decide di stringere le mani attorno all'arteria del commercio energetico: lo Stretto di Hormuz. Partendo dalla geografia, il blocco dello Stretto di Hormuz, voluto dai Pasdaran, mentre il ministro degli esteri Araghachi nega questa intenzione, non è solo un problema locale, ma per il mercato energetico planetario. Parliamo infatti di un imbuto largo appena 21 chilometri nel suo punto più critico, con l'Iran a nord e l'Oman e gli Emirati a sud, che osservano il passaggio del 30% del petrolio greggio mondiale. Circa 21 milioni di barili al giorno che, improvvisamente, non hanno più una strada. Giganti come Arabia Saudita, Iraq e Qatar dipendono da questa via. In uno scenario simile, il prezzo del petrolio non è l'unico problema, ma i mercati potrebbero trovarsi nel caos. Un effetto domino: l'energia brucia, il potere d'acquisto delle famiglie evapora e l'inflazione rischia di tornare a ruggire.
GIGANTI ALL'ANCORA
Al momento la situazione è spettrale: circa 150 navi sono paralizzate ai due lati dello Stretto. Petroliere e giganti del Gnl hanno gettato l'ancora, immobili. Ieri mattina, due imbarcazioni sono state colpite e incendiate, una al largo dell'Oman e l'altra nelle acque degli Emirati. Messaggi di fuoco che chiariscono la posizione del regime islamico.
La reazione dei colossi non si è fatta attendere. Maersk, principale compagnia di trasporto container al mondo, ha interrotto i passaggi per "motivi di sicurezza", seguita da Msc che ha ordinato alle sue navi di rifugiarsi in zone sicure. Ma il blocco non viaggia solo sulle onde, vola anche sopra le nostre teste. In meno di 24 ore sono stati cancellati oltre 5mila voli. Aerei deviati, passeggeri in viaggio per ore salvo poi tornare all'aeroporto di partenza, centri di controllo nel caos con decine di velivoli impossibilitati a rientrare alle basi. Gli hub di Dubai e Doha, snodi vitali dei flussi intercontinentali, sono deserti. Compagnie come Lufthansa, Ita e British Airways hanno già staccato la spina ai collegamenti verso Dubai e Tel Aviv almeno fino all'8 marzo.
IL RALLY DEL BARILE
Sui terminali finanziari la situazione si è già scaldata. Le Borse di Egitto e Arabia ieri hanno perso circa il 2,5%, mentre Abu Dhabi e Dubai hanno annunciato la chiusura straordinaria dei listini fino a domani. Da sabato, il Brent è schizzato del 10% toccando gli 80 dollari al barile negli scambi fuori mercato, ma potrebbe essere solo l'antipasto: gli analisti vedono un avvicinamento ai 120 dollari. L'Opec+ ha provato a gettare un bicchiere d'acqua sull'incendio, accordandosi per aumentare la produzione a 206mila barili al giorno da aprile. Più un segnale che non una soluzione: se il petrolio non può transitare attraverso lo Stretto di Hormuz, 206mila barili al giorno fanno ben poco per alleviare il mercato.
Il greggio non è però solo. Gli operatori immaginano una corsa ai beni rifugio: oro e argento corrono, insieme al franco svizzero e T-Bond. Come sintetizzato da John Briggs di Natixis, la parola d'ordine è: "Prima rifugiarsi, poi fare domande".
Sembra che oggi la vera arma di distruzione di massa, la vera minaccia, non è più il nucleare, ma il controllo delle arterie energetiche. L'Iran ha così ricordato al mondo che, pur senza portaerei, la geografia gli ha regalato il potere di infliggere dolore all'economia globale.