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Torna la sindrome del '94: la gioiosa macchina da guerra senza una ricetta per vincere

Il selfie dell'alleanza rossa scatena il timore dei centristi. Renzi: "I saggi sono con me"

Torna la sindrome del '94: la gioiosa macchina da guerra senza una ricetta per vincere

Di ritorno dal Quirinale, Pierluigi Castagnetti, ex-segretario del Ppi e gran frequentatore di quei luoghi confida nel corridoio dei passi perduti i suoi pensieri che spesso riflettono quelli che tengono banco lassù. "Vannacci - osserva - sta mettendo in difficoltà il centro-destra e a sinistra non si crea un soggetto di un certo peso che attragga i moderati che fanno fatica a restare in quel polo. La sinistra rischia di perdere. Lo penso davvero. Per me è una vera sofferenza. Una sofferenza per quello che accade, o meglio che non accade".

Sospiro. Sospiro profondo. A quell'ora dell'altro ieri non era stata ancora diffusa la foto del campo largo che raffigura seduti a tavola all'Osteria Costanza la Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli. In quella foto salta subito agli occhi l'assenza, quella di Matteo Renzi. E pensare che i proprietari del ristorante nutrono simpatia per l'ex-rottamatore. In quell'immagine il campo largo si è ristretto. Sembra un monocolore di sinistra, la riedizione della gioiosa macchina da guerra di Occhetto. Resta da capire chi tra gli astanti sfoggerà un vestito marrone a beneficio della Storia e delle Tv. Lo avevamo detto che l'euforia della vittoria referendaria avrebbe potuto contagiare il campo largo con la sindrome della "gioiosa macchina", una sorta di auto-convincimento dell'aver già vinto. Patologia cronica della sinistra. Chi ha vissuto quella vicenda che aprì la strada al Cav la ricorda bene. Cesare Damiano, ex-ministro del Lavoro del governo Prodi, racconta sull'onda dell'io c'ero: "In quel '94 mancava un pezzo per vincere. Il problema è atavico. È l'indole a dividersi che colpisce la sinistra dal 1921. Renzi con me non si è comportato bene, non eravamo d'accordo e me l'ha fatta pagare. Ma proprio io dico che Renzi deve stare nel campo largo. In un Paese in cui il centro-sinistra quando vince è solo per poche migliaia di voti non puoi tenerlo fuori".

Chiamatela matematica, esperienza, buonsenso. In una sola parola politica. "La vecchia guardia - confida Renzi - è tutta con me". Chi si è scottato con quell'esperienza lo sa. E di fronte a quella foto appare stravagante, per usare un eufemismo, lo slogan di Elly: nessun veto. Naturalmente gli infortuni si portano dietro una serie di paradossi. "Pensate - stigmatizza Enrico Borghi di Iv- il Giuseppi di Trump (Conte) che caccia l'amico di Obama (Renzi)". Oggi l'ex-premier presenzierà a Chicago, unico Italiano, all'inaugurazione dell'Obama presidential center. Ma le vecchie ruggini, all'epoca coinvolsero pure i servizi segreti, pesano: se Trump ha l'incubo di Obama, Conte ha l'ossessione di Renzi. Solo che la politica, se vuoi vincere, ha altre regole. E se sbagli ottieni pure l'effetto contrario. "Parafrasando Moretti - è la battuta di un esponente riformista di rilievo - ha fatto più notizia l'assenza che non le presenze". Capita quando si commettono errori. Spiega Giorgio Gori: "Ho detto a Renzi che è stato fortunato a non essere ritratto in quella foto. Siamo alla foto di Vasto: pensano di vincere con quel formato con aggiunte finali. Si sbagliano. La Storia lo insegna. È quello che ha spiegato Prodi alla Schlein. Proverò a farlo anch'io. Fuori delle coalizioni - sbaglia Calenda - non pesi. Dentro però non ci possono essere solo piccole iniziative estemporanee per rappresentare il centro. Deve esserci un soggetto unico per contare". Una prospettiva che potrebbe essere utile, soprattutto, per la Schlein: una premier-ship di sinistra ha bisogno per attirare consensi di un contrappeso moderato. "Infatti - racconta Alfieri, segreteria Pd - chi sta difendendo di più Renzi oggi è Elly. Onorato, invece, è un favore di Bettini a Conte: neppure tanto nascosto. E poi le leadership non le inventi. Finora in quell'area c'è solo Renzi". I protagonisti della foto danno la colpa dell'"assenza" ai mille centri. Spiega Bonelli: "Sono in cinque. Debbono ridursi ad uno, al massimo a due". La politica del "veto" a sinistra comunque non porta bene. Specie se sarà approvata la nuova legge elettorale. Castagnetti sempre al citofono con il Quirinale ne parla male. "È il massimo esempio di partitocrazia - rimarca - quando nei partiti non c'è democrazia. Un assurdo".

C'è pure qualcuno che vorrebbe un "campo largo" più propositivo. "Potremmo proporre una soglia per il premio al 45% - teorizza D'Alema - se non ci stanno, rimaniamo fermi sulla legge attuale". Lui non parla di veti, ma di politica.

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