Il tramonto di SuperMario da salvatore a impallinato

Ipotesi sul futuro dell'ultimo tecnico al governo. Dal Quirinale sfumato allo sgambetto di Conte

Il tramonto di SuperMario da salvatore a impallinato

Sembra ieri. Quando prendeva corpo la candidatura di Draghi al Quirinale si levarono voci molto sensate che dicevano: al Quirinale? Ma Draghi è a Palazzo Chigi per svolgere un lavoro, anzi una missione. Quella di consentire all'Italia di incassare tutti fondi europei concessi o concordati in cambio di riforme. Siamo già in un altro mondo e in un'altra dimensione che ci porterà presumibilmente ad elezioni ad ottobre, cosa ancora mai accaduta nella storia repubblicana. È giustissimo perché da troppi anni l'Italia, governata in perenne stato di emergenza che non permette che una relazione di causa effetto fra ciò che la gente pensa e vuole e il capo dl governo; se ricordiamo bene, l'ultimo Presidente del Consiglio emerso come vincitore e per questo incaricato di governare fu Silvio Berlusconi contro il quale fu ordita una trama sudamericana che trovava sponda e ispirazione nello stesso Quirinale.

Ora tutti si chiedono che ne sarà di Draghi, impedito di concorrere per il Quirinale, e messo a rosolare sul grill delle trame grilline. E così, un altro «Super Mario» dopo Monti, se ne va a meno che non succeda qualcosa che oggi non è possibile prevedere. La sua caduta è diventata un preoccupante evento internazionale di cui tutti i giornali più importanti parlano con preoccupazione e l'Italia per ora perde quella posizione di leadership europea fondata sulla figura e il prestigio personale, la postura, la voce, le cadenze dell'ex Presidente della Banca Europea.

Lo sgambetto glielo ha fatto l'avvocato Giuseppe Conte, per due volte primo ministro (per caso) di governi a geometria variabile, ora di estrema destra e poi di estrema sinistra, un'autentica rovina per l'Italia del Covid quando tutto il mondo era convinto che il Covid fosse una malattia soltanto cinese e italiana. Di lui, Conte, si ricorderà ad imperitura memoria che è stato l'unico caso di governo a far entrare in Italia una formazione militare russa in uniforme e con bandiere al vento, che sarebbe venuta per aiutare i poveri italiani ad affrontare il Covid.

Poi venne Renzi che fece cadere Conte e cominciò la nuova era. Un'era che finisce quando Conte ritorna e fa cadere Draghi sostanziamene chiedendo un diverso schieramento dell'Italia sulla questione dell'invasione russa in Ucraina. In fondo, i russi li aveva già chiamati una volta per vedere come si facevano da noi le iniezioni.

Ieri Draghi sembrava un uomo più sconcertato che indignato, anche se l'indignazione traspare. Ha risposto a tutti coloro che lo accusavano praticamente di «cesarismo», cioè di aver deliberatamente messo da parte le proposte di legge divisive di iniziativa parlamentare come il decreto Zan o lo «Ius scholae» per rispettare la coesione di una maggioranza.

È certo che se la sua caduta definitiva sarà confermata come di fatto sembra, la questione del seguito della sua vita appare se non oscuro almeno complesso. Si è parlato di lui frequentemente come di un possibile candidato alla successione del segretario generale della Nato Stoltenberg, ma ormai la situazione è molto fluida perché di fatto il mondo occidentale è in preda alla disfatta politica: in America Biden è in caduta libera, Boris Johnson ha lasciato, Emmanuel Macron non è più nella pienezza dei poteri, il neo cancelliere Sholtz è investito da uno scandalo di festini sessuali, l'ex grande leader giapponese Abe è stato ucciso e, buon ultimo, Draghi è stato fatto fuori dalle manovre interne e scissioniste di un movimento che non ha alcun radicamento storico come i Cinque Stelle che nasce dalle battute teatrali di un comico. In questa situazione Draghi si è trovato in scacco senza neppure aver capito bene la logica degli eventi che lo hanno portato al massacro. Fino all'ultimo ha puntato sui tentativi di mediazioni sul salario minimo e tutte le altre richieste e proposte sempre senza cambiare espressione del viso, senza perdere apparentemente la calma. Insomma, poveraccio, ha davvero cercato di fare «whatever it takes» ma la sua era una pura illusione. La vera partita si è giocata fra le forze che vogliono andare alla conta del voto e quelle che resistono, ma alla fine le carte si sono rimescolate quando il centrodestra, Berlusconi e Salvini, si siano trovati d'accordo sul fatto che l'arte maggioritaria degli elettori non può più essere confiscata del diritto di votare e scegliere la maggioranza che governerà il Paese. Nessuno per ora prende in considerazione una eventualità che potrebbe complicare lo scenario: e cioè che Draghi possa presentarsi alle elezioni. Nel passato gli esempi sono finiti malissimo: Lamberto Dini ci provò dopo essere stato premier e perse miseramente così come perse male il partitino di Mario Monti, il Super Mario con il loden. Draghi, ha per così dire, una prudenza ambiziosa e non si esporrebbe mai ad un bagno elettorale, ma c'è chi ci pensa. Quel che è certo è che l'epoca nefasta ed eccezionale della peste, della guerra e della gran carestia sarà governata dai politici di professione.

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