Troppi errori nei tamponi precoci. Meglio a 3 giorni dai primi sintomi

Johns Hopkins: ecco come ridurre al 20% i falsi negativi

«Il virus vince sul tampone». Nel descrivere il decorso, per fortuna positivo, del Covid19 nel paziente Silvio Berlusconi, il professor Alberto Zangrillo ha anche detto che il virus ci sta prendendo in giro e che in qualche modo «vince» anche sul test «principe», il tampone molecolare che serve a «stanarlo». Ma che cosa significa? Due gli aspetti che rendono questo coronavirus così insidioso. Da un lato il fatto che oggi possiamo fare un tampone che risulta negativo ma domani possiamo ugualmente contrarre la malattia. Dall'altro il fatto che, anche se siamo stati contagiati, il coronavirus potrebbe non essere in quel preciso momento rilevabile dal tampone. Dunque è importante quando si fa e come lo si esegue.

Uno studio della Johns Hopkins School of Public Health pubblicato sulla rivista scientifica Annals of Internal Medicine ha messo in luce che il tasso medio di falsi negativi è addirittura del 38 per cento nel quinto giorno dall'infezione, ovvero al primo esordio dei sintomi. Quando poi sono effettivamente presenti i sintomi. I falsi negativi scendono al 20 per cento l'ottavo giorno, ovvero 3 giorni dopo l'insorgenza dei sintomi. Dunque gli scienziati consigliano di effettuare il tampone proprio in questo momento per ridurre al minimo i falsi negativi. Un protocollo consigliato anche dal virologo Fabrizio Pregliasco che ritiene «fondamentale il modo in cui viene eseguito il test: deve essere svolto da mani esperte per non rischiare falsi negativi». Il direttore sanitario dell'ospedale Galeazzi di Milano, aveva osservato che in molti degli studi su SarsCov2 era stato evidenziato come nei primi tre giorni dopo l'esposizione al coronavirus il tampone possa risultare negativo. «Il virus è magari già presente nell'organismo ma comincia a replicarsi a diverse velocità anche in base alla risposta anticorpale del singolo e il tampone non lo rileva subito», aveva spiegato Pregliasco. Meglio dunque sempre ripetere il tampone dopo i canonici tre giorni.

Purtroppo anche nel caso degli asintomatici il fattore negativo è che si è comunque contagiosi ed è per questo che i pareri rispetto al momento giusto nel quale eseguire il tampone e al periodo di quarantena spesso divergono

Nel corso dell'epidemia sono stati molti gli elementi raccolti sul campo dai medici in prima linea. Come Venerino Poletti, professore di pneumologia che aveva osservato come alcuni casi che risultavano negativi anche dopo tre tamponi avessero poi rivelato la presenza del coronavirus grazie al «lavaggio bronco-alveolare». Purtroppo tutti i test anche i più affidabili presentano comunque una percentuale di fallibilità, nessuno raggiunge 100 per cento. Un fattore è poi anche quello della modalità di svolgimento che a volte può risultare «inquinata».

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