Donald Trump continua a mostrare ottimismo per la guerra contro l'Iran, assicurando che il regime è stato "distrutto". "La nostra potente campagna militare è proseguita a pieno ritmo. Sono stati letteralmente annientati. L'equipaggiamento antiaereo è decimato, abbiamo colpito più di 7.000 obiettivi" e a Teheran "sono rimasti pochi missili balistici, abbiamo ridotto i lanci del 90% e quelli di droni del 95%", spiega durante una conferenza stampa alla Casa Bianca. Il presidente americano rilancia pure la minaccia di un nuovo attacco al cuore dell'industria petrolifera iraniana sull'isola di Kharg. "Basta una parola e distruggo anche gli impianti petroliferi - chiosa - Con l'obiettivo di una futura ricostruzione di quel Paese non voglio farlo, ma le cose possono cambiare".
Al centro dell'attenzione del tycoon rimane lo Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il traffico mondiale di greggio, che la Repubblica islamica usa "come un'arma". Il comandante in capo continua a fare pressione sugli alleati e sulla Cina perché intervengano per favorire la sua riapertura: "Incoraggiamo le nazioni le cui economie dipendono dallo Stretto ad aiutarci. Alcuni non sono entusiasti di farlo. Credo che la Francia aiuterà", sottolinea The Donald, dicendosi molto sorpreso dall'atteggiamento della Gran Bretagna, che potrebbe essere considerato l'alleato numero uno, quello con la storia più lunga, eppure, "quando ho chiesto loro di intervenire, si sono rifiutati". I partner degli Stati Uniti hanno risposto con scarso entusiasmo alle sue richieste di fornire sostegno militare per porre fine al blocco iraniano della cruciale rotta marittima, e in un'intervista al Financial Times, Trump ha avvertito la Nato direttamente, minacciando un futuro "molto negativo" se i membri non contribuiranno a garantire l'apertura di Hormuz. "È assolutamente opportuno che coloro che traggono beneficio dallo Stretto contribuiscano a garantire che lì non accada nulla di male", continua, rivelando che "non abbiamo bisogno di nessuno perché siamo la nazione più forte del mondo", ma la questione è un "test" per gli alleati: "È da anni che dico che se mai dovessimo aver bisogno di loro, non ci saranno". In ogni caso, sostiene che a breve il segretario di Stato Marco Rubio annuncerà i Paesi che faranno parte della coalizione a guida americana per garantire la sicurezza dello Stretto. Mentre aumenta il timore di ripercussioni economiche a lungo termine per il conflitto, Trump esorta pure la Cina a intervenire, e suggerisce la possibilità di posticipare il suo viaggio per incontrare il collega Xi Jinping (per il segretario al Tesoro Scott Bessent tuttavia questo dipenderebbe solo da questioni logistiche, ossia che decida di rimanere a Washington per coordinare le operazioni belliche). Le compagnie petrolifere americane hanno recapitato un messaggio cupo ai funzionari dell'amministrazione, definendo probabile che la crisi energetica legata alla guerra sia destinata a peggiorare. In una serie di riunioni gli amministratori delegati di Exxon Mobil, Chevron e ConocoPhillips hanno avvertito - secondo il Wall Street Journal - che le interruzioni ai flussi energetici in uscita dallo Stretto di Hormuz avrebbero continuato a generare volatilità nei mercati energetici globali.
Intanto il tycoon ora sostiene che gli Usa "stanno parlando" con Teheran, senza specificare la natura dei colloqui: "Non credo che siano pronti, ma ci stanno arrivando piuttosto vicino", dice, mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi nega che ci siano negoziati in corso, ma il sito Axios conferma che i contatti con Steve Witkoff sono stati riattivati negli ultimi giorni.
Parlando del regime, Trump ripete che "tutti i loro leader sono morti, per quanto ne sappiamo. Abbiamo neutralizzato il primo gruppo... e anche il secondo. Poi si è riunito il terzo gruppo. Immagino che siano un po' nervosi all'idea di riunirsi".