L'umore del giorno dopo alla Casa Bianca, al netto dei toni trionfalistici, è di sollievo. La scommessa giocata da Donald Trump per ora ha pagato. Un esito affatto scontato, se è vera la ricostruzione di Axios che dopo le ore "caotiche" tra domenica e martedì, quelle scandite dagli ultimatum incendiari del tycoon, tale era la confusione riguardo al pensiero del presidente che persino tra i suoi stretti collaboratori la convinzione era che avrebbe respinto la proposta di cessate il fuoco. Nemmeno le notizie riservate che giungevano dall'Iran, riguardo al via libera concesso ai mediatori dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei, avevano spinto Trump ad ammorbidire i toni. Ancora martedì mattina, con un post che aveva scioccato l'opposizione democratica e anche diversi esponenti Repubblicani, Trump minacciava di "cancellare" l'intera civiltà iraniana.
La Casa Bianca ha ora gioco facile nel rivendicare che proprio quella retorica, che ha indignato Papa Leone XIV e diverse cancellerie, si è rivelata una leva efficace nel convincere Teheran ad accettare il cessate il fuoco e riaprire lo Stretto di Hormuz. Le "minacce", e lo "stile negoziale duro", ha detto la portavoce Karoline Leavitt, "hanno messo in ginocchio il regime iraniano". Quanto alla Nato, "gli alleati sono stati messi alla prova e hanno fallito", ha fatto sapere Trump. Tutto ora si giocherà nei negoziati che si svolgeranno da sabato a Islamabad. In quella sede si chiariranno i termini della "vittoria" annunciata dagli Usa e la portata degli obiettivi raggiunti, a cominciare dalla sorte dei 450 kg di uranio arricchito ancora in possesso di Teheran. C'è stata un'iniziale incertezza sulla composizione della delegazione Usa. Il presidente è parso smentire la presenza del suo vice, JD Vance, che invece era data per certa. "Ci saranno Steve Witkoff, Jared Kushner, forse JD, non so. C'è una questione di sicurezza, di incolumità", aveva detto il tycoon, prima che la Casa Bianca confermasse invece la sua partecipazione. È un segnale possibile delle divisioni ancora in seno all'amministrazione sulla guerra. Trump ha forse inizialmente temuto che Vance, il più scettico sul conflitto, possa "accontentarsi" di un accordo al ribasso, pur di far rientrare dal Medioriente parte della flotta e delle truppe e mettere a tacere i dissensi in seno alla base repubblicana. Il vicepresidente, del resto, si gioca le sue chance di conquistare la Casa Bianca nel 2028.
Trump si gioca la sua "legacy". Di qui, anche, la cautela con la quale il tycoon sembra approcciarsi al negoziato. "Esiste un solo insieme di punti rilevanti che risultano accettabili per gli Stati Uniti, e ne discuteremo a porte chiuse nel corso di questi negoziati", ha scritto su Truth, dopo che erano comparse diverse notizie contraddittorie riguardo al contenuto dell'accordo, a cominciare dalla sorte del materiale nucleare di Teheran. Trump dovrà anche scrollarsi di dosso il sospetto di essere stato "trascinato" nella guerra da Israele, come di fatto, incautamente, aveva ammesso il segretario di Stato Marco Rubio nei primi giorni del conflitto. Un'eresia per il mondo Maga dell'America First.
Un sospetto rilanciato da un retroscena del New York Times, secondo il quale l'11 febbraio, nella Situation Room della Casa Bianca, Benjamin Netanyahu avrebbe convinto il tycoon che tutti gli obiettivi dichiarati della guerra, compreso il "cambio di regime", sarebbero stati raggiunti in poche settimane. Quanto al blocco dello Stretto di Hormuz, era considerato improbabile. "Per me va bene", sarebbe stata la risposta di Trump.