Tutte le celebrità con Hillary. Ma i generali sono con Trump

Da Beyoncé a Meryl Streep i famosi d'America stanno a sinistra. Donald si consola con i vertici militari

Tutte le celebrità con Hillary. Ma i generali sono con Trump

Quando, giorni fa, nel quartier generale di Hillary Clinton hanno cominciato a preoccuparsi della probabile scarsa affluenza alle urne di giovani neri nello Stato-chiave dell'Ohio, non hanno tardato a trovare il rimedio: un bel concerto a Cleveland di Beyoncé, con Jay Z e Chance the rapper, tre dei musicisti di colore più popolari. La cantante non ha deluso la folla: «Sono qui - ha detto tra gli applausi - perché voglio che mia figlia cresca in un'America governata da una donna». I maligni hanno osservato che, quando lo spettacolo è finito e ha preso la parola Hillary, una parte degli spettatori se ne è andata. Ma la manifestazione ha fornito egualmente la prova di quanto buona parte del mondo dello spettacolo, nonché della letteratura, e perfino della finanza e dell'establishment politico sia schierato con lei. In quasi tutti i comizi tenuti negli Stati in bilico, la candidata democratica si è fatta affiancare da musicisti che magari a noi dicono poco o nulla, ma che in America vanno per la maggiore: Aoki, Jon Bon Jovi, Katy Perry, Stevie Wonder, Ne Yo. Per antica tradizione, Hollywood è sempre stata una roccaforte democratica, con poche eccezioni come John Wayne, Charlton Heston e tra coloro che sono ancora attivi Clint Eastwood.

Non ha perciò sorpreso nessuno che un gran numero di star, dall'intramontabile attivista Barbra Streisand a Meryl Streep, si siano pronunciati fin dall'inizio per la Clinton, anche se poi non hanno avuto un ruolo attivo nella campagna. Più importanti, per la Clinton, sono perciò stati i pronunciamenti a suo favore di figure importanti dell'élite intellettuale, finanziaria e politica, non solo democratiche come George Soros ma anche di simpatie repubblicane: per esempio, i due segretari di Stato di George Bush, Colin Powell e Condoleezza Rice. Hanno preso posizione per lei, anche a rischio di alienarsi una parte dei lettori, anche scrittori famosi come Stephen King e James Patterson. Ma il sostegno maggiore, assai criticato da coloro che ritengono che il presidente in carica debba astenersi dal fare campagna per uno dei candidati, le è arrivato da Barack e Michelle Obama. Lui ha praticamente abbandonato le sue funzioni per lanciarsi in una girandola di comizi, diretti soprattutto ai neri, e Michelle, che per anni si era mantenuta ai margini della lotta politica, ha avuto un grandissimo successo quando ha attaccato Trump per il suo volgare atteggiamento verso le donne.

Donald Trump, al contrario, appare quasi sempre sul podio da solo, e quasi se ne fa un vanto. Giorni fa, davanti a una sala strapiena, ha detto: Vedete, per trasmettere il mio messaggio non ho bisogno di Jennifer Lopez. Ma, anche se lo volesse, non avrebbe molto da scegliere, neppure tra i politici del suo stesso partito. Per esempio, quando ha tentato un raid nel Michigan, nel New Mexico e nel Nevada, nessuno dei tre governatori repubblicani ha accettato di partecipare ai suoi comizi; e altri esponenti del partito che pure gli hanno concesso il loro appoggio, come Ted Cruz, preferiscono fare campagna con il suo vice Mike Pence che con lui. In compenso, ha uno stuolo di fedelissimi negli ambienti militari, che vanno dal generale Flynn, ex capo dei servizi segreti, al generale Keith Kellogg a uno stuolo di ufficiali decorati nelle varie guerre dell'ultimo ventennio. Ma il suo alleato più prezioso è probabilmente Rudy Giuliani, l'ex sindaco di New York che con la sua tolleranza zero ha trasformato la Grande mela in una città sicura. Se, dunque, la vittoria dipendesse dal numero di celebrità arruolate, Hillary vincerebbe per k.o. Ma proprio questa elezione potrebbe provare che i cosiddetti endorsement fanno notizia, ma non portano voti.

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