Vota sì per dire no: il referendum truffa sul processo a Salvini

Oggi i militanti si esprimeranno sul ministro ma la domanda spinge a salvare l'alleato

Vota sì per dire no: il referendum truffa sul processo a Salvini

«Vuoi tu, militante a 5 stelle, votare per l'autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini, in modo che il ministro sia processato come un comune cittadino?». In altri tempi non lontani, diciamo fino al primo giugno scorso, sarebbe stato questo il quesito sottoposto alla piattaforma Rousseau dai vertici pentastellati. Lo stesso sarebbe accaduto se in ballo non ci fosse il destino del primo governo del Movimento nato all'insegna dell'onestà.

Mai come stavolta, il ricorso a Rousseau, di cui i grillini di governo si sono serviti sinora una manciata di volte e sempre su quesiti di secondaria importanza, si conferma un escamotage, un trucco per togliere dall'imbarazzo una dirigenza pronta a tradire i propri principi, simulando un rispetto formale delle regole. Basta guardare a come è stato presentato il quesito sottoposto al voto. L'aspetto più eclatante è che le risposte sono scambiate rispetto al giudizio che dovrà dare la giunta per le autorizzazioni a procedere, che dovrà decidere per un «Sì» a far processare Salvini o per un «No». La piattaforma Rousseau è un mondo allo specchio in cui il quesito è già di per sé chiaramente orientato secondo la tesi del governo, a partire dal fatto che l'accusa di sequestro di persona, che condivisibile o meno è pur sempre l'oggetto del contendere, non viene mai citata: «Il ritardo dello sbarco della nave Diciotti, per redistribuire i migranti nei vari paesi europei, è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato?». Messa così, votando «Sì», «si nega l'autorizzazione a procedere», votando «No», «si concede l'autorizzazione a procedere». Perfino Beppe Grillo sottolinea il paradosso con un tweet sarcastico. Ma il fondatore è ormai ai margini del Movimento, chiamato con qualche battuta a tenere viva la fiamma dello spirito originario, purché il più lontano possibile dalla realpolitik di governo, onde evitare pericolosi incendi. E del resto lui stesso nel caso Cassimatis, quando ribaltò d'imperio il voto della base sulle candidature, dimostrò che ai grillini la democrazia diretta piace solo finché conferma il parere del capo.

Ma la formulazione del quesito non è l'unico paradosso del voto che si svolgerà oggi dalle 10 alle 19, senza alcuna garanzia di terzietà, visto che a gestirlo è un'associazione di proprietà di Davide Casaleggio, il cui orientamento rispetto alla questione Diciotti è chiaramente rappresentato dal modo in cui viene raccontata a chi dovrà esprimersi oggi. Il «post» che annuncia il voto sul Blog delle Stelle è una arringa a difesa del governo. Ai militanti si spiega che «questo non è il solito voto sull'immunità dei parlamentari. Di quei casi si occupa l'articolo 68 della Costituzione, e su quelli il Movimento 5 Stelle è sempre stato ed è inamovibile». Anche il riepilogo dei fatti oggetto dell'inchiesta giudiziaria è a senso unico: il divieto di sbarcare alla Diciotti è «un ritardo», i «137 migranti si trovavano sulla Diciotti» (in realtà erano 177) ed erano «ovviamente con assistenza sanitaria e alimentare». In più Mario Giarrusso, il capogruppo M5s in Giunta ha difeso apertamente Salvini. Il M5s con un voto opaco e orientato, su una piattaforma criticata dal Garante della privacy, cerca di evitare la spaccatura. Una farsa dall'esito scontato, usata come pillola contro i mal di pancia, sempre più acuti, della base. Difficile che a placarla basti l'invito, giunto in serata, a evitare allarmismi sul quesito che «è come quello sottoposto ai membri della Giunta».

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