Washington-Mosca, summit sull'Ucraina. La vera partita e i rischi (remoti) di guerra

L'obiettivo di Putin è di congelare l'adesione di Kiev alla Nato

Washington-Mosca, summit sull'Ucraina. La vera partita e i rischi (remoti) di guerra

Da una parte Vladimir Putin deciso a far capire che il matrimonio tra Nato e Ucraina non s'ha da fare. Dall'altra un Joe Biden pronto a dimostrargli che un'invasione dei territori di Kiev spingerebbe la Russia verso devastante isolamento economico-finanziario. Ma niente paura. Non siamo sull'orlo di un imminente conflitto nucleare. Siamo di fronte ad un nuovo capitolo di quello scontro sull'allargamento della Nato ad est che da trent'anni contrappone Casa Bianca e Cremlino.

Una questione tornata centrale nelle ultime settimane quando Putin ha ammonito la Nato a non superare le «linee rosse» mentre Washington lo ha accusato di preparare un'invasione dell'Ucraina. Le reciproche accuse saranno al centro dell'odierno colloquio in videoconferenza tra il presidente russo e quello statunitense. La discussione si preannuncia lunga e serrata. Anche perché l'inizio di tutto risale al febbraio del 1990 quando il segretario di stato James Baker garantì all'allora presidente sovietico Mikhail Gorbaciov che «la Nato non si sarebbe estesa ad est di un solo pollice». L'impegno non si tradusse mai in un accordo formale e così, non appena il gigante sovietico si trasformò nella vacillante Russia di Boris Eltsin, Bill Clinton non esitò ad allargare la Nato ad Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca. Ma fu l'inclusione di tre ex repubbliche sovietiche come Estonia, Lettonia e Lituania a ferire, nel 2004, l'orgoglio di Putin. Nell'agosto 2008, infatti, il presidente russo non esitò a intervenire militarmente pur di arginare l'analogo tentativo della Georgia. Quel precedente è all'origine delle paure di chi teme che i movimenti di truppe russe ai confini dell'Ucraina preludano ad un'invasione. Anche perché Putin da tempo rilancia l'idea che il regno medievale di Kiev rappresenti la culla ancestrale dell'attuale nazione russa. Siamo «un solo popolo» diviso da una «grande calamità comune» si legge in un suo articolo dello scorso luglio. Un concetto caro a tanti russi e condiviso persino da Aleksei Navalny. Nel 2014 l'uomo simbolo dell'opposizione russa non esitò ad entrare in polemica con gli ucraini liquidando come «tutte da provare» le tesi secondo cui «siamo popoli diversi».

Putin punta dunque a strappare a Biden una sorta d'impegno formale a congelare la promessa adesione dell'Ucraina alla Nato. E con essa le manovre dei bombardieri nucleari nei cieli dell'Ucraina e quelle della flotta Nato nel mar Nero. La pretesa è, per Biden, un doppio trappolone. Il presidente statunitense, viste le difficoltà interne e lo scontro con la Cina, non può esaudire una richiesta ucraina che porterebbe al livello di guardia la tensione con Mosca. Ma dopo la debacle afghana, non può nemmeno abbandonare al proprio destino un altro alleato e impegnandosi a rispettare le «linee rosse» fissate dal «nemico» Putin. Neppure Zar Vlad può, però, spingere alle estreme conseguenze la minaccia di un intervento militare che - visti i costi in termini di vite umane e le possibili conseguenze economiche - rischia di rivelarsi disastroso sul fronte del consenso. Quindi aspettiamoci lunghe discussioni e reciproche minacce. Seguite da intese di principio labili, ma indispensabili per ribadire d'aver messo con le spalle al muro il nemico.

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