"Non lo fare". Il primo a sconsigliare Donald Trump è stato Benjamin Netanyahu. Durante una telefonata confermata dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, il premier israeliano avrebbe spiegato al presidente statunitense che la protesta è stata sopravvalutata, il regime è ben solido e un intervento limitato non basterebbe a farlo cadere, ma rischierebbe di seminare il caos in tutto il Medioriente. Certo, i consigli di Netanyahu sono più che interessati. E Trump spiega di essersi convinto da solo. Ma dietro le spiegazioni del leader israeliano si celano le priorità di Gaza e del disarmo di Hamas, che lo inducono in questo momento a restar saldamente allineato con sauditi ed emiratini, contrarissimi a qualsiasi intervento nella Repubblica Islamica. Le parole di Netanyahu hanno comunque raggiunto l'effetto desiderato, innescando un coro di scetticismo alla Casa Bianca e al Pentagono. Il primo a prendere le distanze dalla promessa di portar soccorso ai rivoltosi è stato il numero due dell'Amministrazione. Sensibile alle perplessità di un mondo "maga" convinto che l'America non debba più imbarcarsi in guerre "senza fine", il vice presidente JD Vance ha usato le parole di Bibi per rimarcare i rischi di un intervento prolungato. E alle perplessità di Vance si sono aggiunte quelle dei generali. Per i vertici del Pentagono, intervenire in Iran senza la presenza nell'area di una portaerei e di una squadra navale (quella della Gerald Ford è stata spostata nei Caraibi a novembre) rappresenta un azzardo strategico. Anche perché la base qatariota di Al Udeid, e quelle in Iraq e Turchia, sono tutte nel raggio dei missili iraniani. E ai dubbi dei generali s'è aggiunta la contrarietà degli alleati arabi. Seppur divisi da rivalità politiche e religiose, Qatar e Arabia Saudita, Emirati Arabi e Iraq, Turchia e Kuwait si sono detti contrari alla scelta di The Donald. In questo coro di "no", quel che ha più influenzato il presidente - inducendolo ad attendere almeno l'arrivo della portaerei Lincoln dal Mar della Cina - è stata la determinazione di Netanyahu.
Per convincere Trump alla retromarcia, il premier israeliano ha elencato tutte le perplessità del Mossad. Secondo le spie israeliane ci sono almeno tre buone ragioni per non scommettere sulla rivolta. La prima è la scarsa consistenza numerica dei dimostranti. Per il Mossad, le persone scese in piazza non hanno mai superato l'ordine delle migliaia. Troppo poche rispetto ai milioni necessari per controllare le città e infliggere una vera spallata al regime. Un secondo serio inciampo è stata la mancata defezione di una o più unità di esercito o polizia. Nelle promesse del figlio dello Scià, Reza Pahlevi, presunto leader della rivolta, almeno uno di questi apparati doveva affiancare i dimostranti. La mancata defezione avrebbe incrinato la fiducia nell'erede della casa reale che nel 2023 aveva incontrato Netanyahu, ricevendo la promessa di appoggio.
Ma come previsto dalla Cia, che non a caso sconsigliò Trump dall'incontrarlo, Reza Pahlavi non è riuscito né a creare l'onda d'urto indispensabile a mettere spalle al muro il regime né a convincere i militari ad affrontare pasdaran e basiji. Ma soprattutto l'arma del terrore usata senza scrupoli dal regime ha svuotato le piazze. Che ben difficilmente torneranno a riempirsi.