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Poveri in guerra divisi da un muro

Duecento rifugiati ospitati in 40 container su una superficie di cinquemila metri quadrati

Enrico Lagattolla

E poi c’è un campo nomadi che sono due. Cinquemila metri quadri al confine ovest di Milano, fronte tangenziale, sull’ultimo lembo di Via Novara. Una rete di metallo che li circonda, e un muro che li divide. Di qua 120 kosovari, di là 90 macedoni. La «cortina» del ghetto.
Esuli tutti. 1999, la fuga dalle bombe Nato su Pristina e Skopie, il viaggio verso l’Italia, l’arrivo a Milano, l’approdo al centro di via Barzaghi, il trasferimento in via Novara: 10 agosto 2001.
I 210 rifugiati vengono sistemati in quaranta container tre metri per cinque, un bagno e una stanza per ogni famiglia e stop. Il conflitto si sposta, dalla ex Jugoslavia alla periferia di Milano. Il campo esplode.
Raccontano, i kosovari, dei «tiranni» macedoni, delle prevaricazioni e i soprusi che finiscono in risse, delle minacce con lame e bottiglie spaccate. Dall’altra parte del muro, lo stesso.
Anno 2002, i rappresentati delle due comunità firmano la tregua «blindata», fanno erigere la parete di legno lungo la diagonale del campo, decidono che «con quelli di là» è bene neppure parlarci. Perché «quelli di là» bevono e sono pericolosi e trattano male le nostre donne e minacciano i nostri bambini.
E allora divisi su due facce della stessa medaglia. Anzi, pure la faccia è la stessa. Stesse le fogne che vomitano acqua lurida, stesse le parabole sui tetti per la tivù satellitare, stessi i prefabbricati per tutti, unica differenza le appendici «abusive» costruite nel tempo a piacimento di ognuno, e poi messe in regola dal tribunale perché «necessarie»: troppo pochi quindici metri quadrati per otto persone. Nuclei familiari che crescono, di bambini ne nascono tanti, a 16 anni c’è chi ha già un figlio, a venti anche tre.
Ancora, stessi espedienti per vivere, stessi lavori saltuari e contratti a termine da operaio-muratore-meccanico-artigiano, come Ivan il kosovaro, che a 19 anni ripara le macchine, ha una ragazza italiana e «appena trovo un lavoro sul serio me ne vado di qui».
Stessi diritti onorati, stessi doveri elusi. I cento minorenni che vanno a scuola tutti, come Gazi che ha 14 anni e in Italia è arrivata da Skopie che aveva tre mesi, in giugno ha finito le medie e «da grande mi iscrivo a scienze sociali».
E i permessi che sono in regola e quelli che non ce l’hanno domandano asilo politico, ma l’acqua che non la paga nessuno, e i rifiuti nemmeno, l’elettricità hanno smesso di farlo da un paio di mesi perché «costava troppo, e adesso vediamo di sistemare con l’Enel».
Stesse diffidenze.

Come Ivan che «chissenefrega di quelli, non ci parliamo», e Gazi che Ivan non l’ha neppure mai visto perché «è dall’altra parte del muro», e l’idea di fare la pace con «quelli di là» non la sfiora nemmeno, «che se non la fanno loro, perché tocca a noi?». Stesse logiche al contrario.

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