Al «prime minister» piacciono le donne E dov’è il problema?

Caro Granzotto, leggo sul «Corriere della sera» on line un articolo di Severgnini dal titolo «Come ci vedono (male) all’estero». Copio e incollo alcune sue affermazioni: «Silvio Berlusconi sembra disinteressato delle conseguenze internazionali dei suoi comportamenti. Dimentica che un capo di governo - da sempre, dovunque - è il primo ambasciatore del suo Paese. (...) Non può dire e fare quello che gli pare e piace. (...) Il coro dei media internazionali è unanime (...) Da qualche tempo, le rivelazioni sulle abitudini personali, poco coerenti con le dichiarazioni pubbliche, hanno scatenato i media stranieri. (...) Ma se lo specchio offre sempre la stessa immagine, ha senso prendersela con lo specchio? (...) Le feste e le ragazze, le battute salaci e le barzellette irrituali metterebbero in difficoltà qualsiasi capo di governo, dovunque. (...) Se viaggiate, lo sapete. Se avete conoscenti che vivono, viaggiano, studiano o lavorano all’estero vi avranno detto quant’è irritante essere compatiti o derisi». A prova di ciò (!), Severgnini cita testualmente una lettera di una studentessa italiana a Toronto per motivi di studio: «Non credevo che andando in una scuola internazionale avrei incontrato tanta gente che ci considera così poco: abbiamo un Prime Minister al quale piacciono le belle donne and that’s it! Risultato: è un mese che mi ritrovo a difendere con le unghie e con i denti il nostro amato Paese (vocazione politica a parte)! Firmato: Francesca Mancini». Commenta Severgnini: «Francesca ha capito. Il mondo è brutale: una frase infelice o un comportamento sconveniente, se arrivano dall’alto, rischiano di coprire le molte cose buone che noi italiani facciamo, dentro e fuori d’Italia». Che cosa hanno capito Francesca e Severgnini? Che avere un primo ministro «al quale piacciono le belle donne» ci espone al ludibrio universale? Ma anche questo mi sembra, come tanti altri, un «orientamento sessuale» di tutto rispetto. Forse Severgnini pensa che anche J.F. Kennedy, che aveva abitudini sessuali, peraltro ben documentate, in quella direzione, abbia a quel tempo gravemente nuociuto all’immagine degli Stati Uniti e fatto pensar male a tutto il mondo?

Severgnini è bravo e simpatico, caro Barazzone, gli difetta, però, l’indipendenza di pensiero. Proprio lui che con i suoi «italians» sempre va a caccia di luoghi comuni (per sputtanare - posso? - appena può gl’italiani, senza «s» e con la «i»). Il pezzullo telematico moraleggiante sulle «conseguenze internazionali» - bum! - delle «feste e le ragazze, le battute salaci e le barzellette irrituali» di Berlusconi è una esemplare testimonianza di come la capacità di giudizio finisca per essere limitata dalla scodinzolante ambizione di compiacere le aspirazioni della parte gossipara dei «sinceri democratici». E cioè che se non per mano di quella italiana (vile a lui coattivamente assoggettata) il Cavaliere cada, si tolga di mezzo, scompaia dalla scena pubblica e privata travolto dall’indignazione dell’opinione pubblica dei cinque continenti, isole comprese. E come lei coglie, caro Barazzone, il sonno della ragione muove Severgnini a portare quale testimone una povera Francesca Mancini che, ferita nel suo amor patrio, dichiara d’esser sbertucciata perché al nostro «prime minister» piacciono le donne. Anzi, le belle donne, «and that's it». Passione che il bravo e simpatico Severgnini giudica, inaspettatamente, «un comportamento sconveniente». Di fronte ad argomentazioni così scombiccherate non è nemmeno il caso, caro Barazzone, di tirare in ballo i Kennedy, John e Ted, ai quali le belle donne piacevano. E da morire, possiamo anche aggiungere. Da tirare in ballo c’è, caso mai, un vizietto degli «italians» che Severgnini non ha mai cessato, giustamente, di denunciare: il conformismo intellettuale. Del quale egli è un ferrato competente non per scienza astratta, ma per personale, perseverante pratica.