"Il profeta" racconta il potente che perde e il perdente che smette di esserlo

Il regista Artale entra a fondo nell'illegale (e ambiguo) mondo arabo di Marsiglia

"Il profeta" racconta il potente che perde e il perdente che smette di esserlo
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da Venezia

Uscito una quindicina di anni fa, Un prophète, di Jacques Audiard, rivoluzionò a suo modo quello che era il cosiddetto cinema "penitenziario", ovvero ambientato entro le quattro mura di un carcere. Lo arricchì di un sapiente gioco di rimandi, come dire, etnici, la solidarietà fra corsi e quella fra arabi, la variante zingara, rimise in discussione gli elementi classici dei cosiddetti "legami di sangue" criminali, onore, fedeltà, gerarchia, lo liberò della claustrofobia insita in una logica di spazi chiusi, permettendo attraverso lo strumento della semilibertà, un sapiente gioco di dentro e fuori, meglio ancora, del dentro carcerario che guida e strumentalizza il fuori quotidiano, la vita che intanto continua il suo corso. Nella versione italiana del titolo, quell'articolo indeterminativo saltò, trasformandosi, non si sa bene il perché, in Il profeta.

Adesso un regista italiano di talento, Enrico Maria Artale, quarantenne e già vincitore, al suo esordio a Venezia anni fa, con Il terzo tempo, del Premio Pasinetti Opera prima, e nel 2023, con El Pareìso, nella sezione Orizzonti, del Premio per la Miglior sceneggiatura, rende omaggio al film di Audiard, dilatandolo in una serie televisiva di sette ore di cui ieri, fuori concorso, è stata presentata la prima parte.

Se la struttura della storia sostanzialmente non cambia, alcuni nuovi elementi ne permettono una maggior articolazione. Il più evidente consiste nella scomparsa della identità corsa e nel focalizzare lo scontro etnico all'interno del crogiolo prevalentemente arabo della città di Marsiglia. Qui l'uomo d'affari Massoud, che dietro la sua facciata di costruttore gestisce un racket della droga, accetta di andare in carcere dopo che uno dei suoi tanti e fatiscenti palazzi cittadini è crollato provocando morti, feriti e uno scandalo politico che minaccia di travolgere l'amministrazione, a cui Massoud è legato a filo doppio. Il sindaco gli offre un accordo: se accetta di lasciarsi arrestare, nel giro di pochi mesi il castello di accuse costruito per l'occasione si rivelerà inconsistente e verrà liberato con tante scuse e con una reputazione a questo punto irreprensibile. In più, il suo progetto di speculazione edilizia su un'area vincolata della costa marsigliese riceverà il via libera burocratico-amministrativo.

Fra i feriti del crollo c'è il giovane immigrato africano Malik, semianalfabeta senza famiglia né fissa dimora, semplice corriere della droga. È la polizia ad averlo tirato fuori dalle macerie, ma in quanto spacciatore l'ha poi spedito in carcere a scontare qualche anno. Solo, vulnerabile, silenzioso, Malik è però uno che impara in fretta: capisce che da solo non ce la farà a sopravvivere, ma capisce anche che è molto difficile fidarsi di qualcuno. L'incontro con un anziano detenuto che gestisce la biblioteca del carcere è il primo passo in cerca di protezione, l'incontro con il potente Massoud, "un incrocio fra un lupo e un volpe, il più pericoloso", è il successivo e il più importante. Solo che Malik si rende presto conto che l'ubbidienza richiesta da quest'ultimo alla fine sarebbe per lui fatale.

Veloce nelle immagini, ben recitato e ben costruito nelle psicologie dei personaggi, attento a dare credibilità a degli orizzonti culturali dove il sesso, la religione, l'amore vengono di volta in vota

coniugati diversamente, Un profeta ha il suo punto di forza nell'ambiguo rapporto fra un vincente abituato a comandare e un perdente che non vuole più essere tale, stando però ben attento a non farlo sapere ad anima viva.

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