PROIBITO PENSARE

A me sarebbe piaciuto presentare il mio libro. Non mi sembrava una pretesa esagerata. Mentre andavo lì in piazza Duomo, a Milano, scherzavo con la mia amica editor: sono emozionato, in tanti anni non ho mai fatto una presentazione ufficiale. Che cosa bisogna fare? Che cosa bisogna dire? Beh, ecco, se devo essere sincero i contestatori mi hanno tolto d’impaccio: non ho potuto dire una parola. Nemmeno una. Ci hanno pensato loro: hanno cominciato a sgranare il loro repertorio consueto di slogan e insulti, ed è stato impossibile continuare. Arrivederci e grazie: già fatto? Verrebbe in mente Pic Indolor, se non che un po’ di dolore, in effetti, penso di averlo sentito. Appena un po’, si capisce. Ma fastidioso.
Però, guardiamo i lati positivi: se ci fosse stato un rappresentante del Guinness in sala, avrei battuto il record della presentazione più veloce del mondo. Chiederò l’omologazione. Nel frattempo chiedo scusa al ministro Gelmini e al presidente Confalonieri: li avevo invitati a discutere con me dei problemi della scuola affrontati nel mio «5 in condotta» e si sono trovati in mezzo a una rissa da stadio, a una bolgia surreale, con questi contestatori, talebani de noantri, piccoli nazistelli gracidanti, che, non riuscendo ancora a organizzare i falò dei libri, si limitano a impedirne le presentazioni. Temo, per altro, che fra di loro si nascondano diversi insegnanti. E questa la dice lunga sulle condizioni in cui versa la nostra scuola...
Può un insegnante impedire che si presenti un libro? Anzi, di più: può una qualsiasi persona civile impedire che si presenti un libro? Alla Mondadori mi hanno detto che non era mai successo un fatto simile all’interno delle loro librerie. Beh, sono orgoglioso anche di questo primato. Non saranno troppi record in un giorno solo? Mentre i nazi-talebani alla meneghina si esibivano nella loro performance orgogliosamente anti-democratica, guardavo la prima fila della sala. Erano seduti lì Mario Cervi e Gian Galeazzo Biazzi Vergani, venuti ad assistere alla presentazione, con la cortesia e l’affetto che appartengono ai fondatori di questo Giornale. Li guardavo e mi chiedevo quanto dev’essere stata dura per loro portare avanti, attraverso anni di piombo, il diritto di esprimere liberamente le proprie idee. E poi mi sono chiesto se è possibile che non sia ancora finita.
A me sarebbe piaciuto solo presentare il libro, e invece sono tornato al Giornale scortato dalla Digos. È stata una banale aggressione. O una violenta intimidazione. Mettetela come volete. Del libro, in compenso, non abbiamo detto una parola. Peccato. A me sembrava interessante, per una volta, discutere di una questione centrale per il nostro Paese, che non sono le veline e nemmeno Noemi, ma è la preparazione dei giovani. È l’istruzione. Sommessamente sono convinto che uno Stato che non forma bene le nuove generazioni sia destinato all’inevitabile declino. Mi piacerebbe parlarne, anche con chi ha proposte, soluzioni o visioni del mondo diverse dalle mie. A me non fanno paura le idee altrui. A loro, evidentemente, sì.
Ho scritto «5 in condotta» perché sono convinto che la scuola sia da cambiare. Lo dicono le esperienze scolastiche, amaramente divertenti, che ho raccolto negli istituti di tutta Italia. Lo dicono le ricerche internazionali, dall’Ocse Pisa all’Eurostat. Lo dicono i dati raccolti dal ministero. Dal ’68 a oggi si è andati verso una progressiva e scientifica distruzione dell’istituzione scolastica, del ruolo dei professori, della meritocrazia, della responsabilità degli studenti e delle famiglie. È come se si fosse piallato tutto verso il basso, in un patto scellerato in cui si puniscono i migliori e si proteggono i peggiori: gli insegnanti accettano stipendi da fame in cambio del fatto che nessuno li controlli; gli studenti accettano una formazione scadente in cambio di minore severità; i loro genitori accettano che la scuola cada a pezzi pur di non doversi impegnare troppo a seguire i loro figli (e mi raccomando: week end ed estate senza compiti da fare...). Il tutto, naturalmente, sotto l’ombrello onnipotente del sindacato, che sguazza nello sfacelo difendendo i suoi privilegi.
Quello che si è innescato è un circolo vizioso che ci condannerà all’arretratezza culturale. Già oggi gli studenti della Sicilia hanno una preparazione di quattro volte inferiore a quella dei loro coetanei dell’Azerbaigian. Sarà sempre peggio. Non c’è tempo da perdere, bisogna intervenire. Per quarant’anni tutti quelli che hanno provato a riformare la scuola si sono scottati. Ora il ministro Gelmini si è buttata nell’impresa con grinta, bravura e determinazione. È sostenuta da una maggioranza salda. E ha le carte in regola per riuscirci. Ce la può fare. Per la prima volta, forse, la scuola può cambiare, la rotta si può invertire. Ed è per questo che la contestano. Ed è per questo che fa paura. È per questo, molto più modestamente, che fa paura anche il mio libro. È per questo che i talebani cattedra&gessetto lo considerano un «libro proibito». Li costringe a pensare. E loro non sono più abituati a pensare. Si accontentano di urlare.
Dunque, dov’eravamo rimasti? Ah sì, doveva essere la mia prima presentazione ufficiale e io non sapevo come si fa. Adesso, almeno una cosa l’ho capita: a volte le presentazioni ufficiali sono brevi assai. Ma non è vero che non sono riuscito a dire neanche una parola. Una gliel’ho detta. Ho detto nel microfono che sono dei fascisti. Lo rivendico: sono fascisti rossi, squadristi dello sfascio, manganellatori verbali. Usano la violenza per impedire il cambiamento, hanno paura delle idee altrui perché non ne hanno nemmeno una di loro. Ma, se questa è la sfida, sono sicuro che abbiamo già vinto. Sono riusciti a fermare una presentazione, non riusciranno a fermare il cambiamento. Ho parlato con il ministro Gelmini, ieri sera: è tosta e determinata ad andare avanti. E, modestamente, andrò avanti anch’io a presentare il mio libro ovunque potrò. Se fa paura, è un motivo in più per farlo conoscere a più gente possibile. E so che voi, cari lettori, siete con me: alle minacce e alle violenze in questo Giornale siamo abituati. Ma non ci hanno mai spento la voce.
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