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Quanto è moderno Alvaro, distopico profeta degli ultimi

Al via la pubblicazione dell'opera omnia dello scrittore "d'Aspromonte", celebrato quest'anno dallo Strega

Quanto è moderno Alvaro, distopico profeta degli ultimi

Distopico prima di George Orwell, pasoliniano prima di Pier Paolo Pasolini, col cuore diviso tra la montagna dell'Aspromonte e l'Europa schiacciata dalle due guerre. Corrado Alvaro da San Luca, nato il 15 aprile del 1895 e figlio di un maestro elementare che lo mandò a studiare dai gesuiti, è morto l'11 giugno di 70 anni fa. Ma la sua perenne ricerca dell'infanzia magica, della giustizia negata e del dissidio tra mito e archetipo, della denuncia dei valori scomparsi, ci manca più di quanto si pensi. Lo sa bene Elisabetta Sgarbi, che ha il privilegio di "accompagnare con La Nave di Teseo l'Edizione nazionale delle opere di Alvaro, autore gigantesco, narratore, elzeverista, maestro del racconto, traduttore". Si inizierà a ottobre con le poesie (dalle Grigioverdi del 1917, nate dopo essere stato ferito in combattimento sul Carso, fino alle Poesie varie, rare e disperse). "Arrivo a credere che i poeti non capiscono quello che dicono ma dicono prima di capire, e quella è la verità", scriveva Alvaro nell'Età breve. Poi via via le novelle, i romanzi presagio sulle dittature come L'Uomo è forte - pubblicato nel 1938, sei anni dopo Brave new World di Aldous Huxley ma undici anni prima di 1984 di Orwell e diventato un film - gli adattamenti e le opere teatrali (come la lunga notte di Medea o I fratelli Karamazov) fino alle sue traduzioni che compongono un catalogo di classici.

"È un autore - sottolinea al Giornale la Sgarbi - che ha sempre accompagnato la mia vita editoriale, voce degli umili, degli sradicati". La lezione quanto mai attuale del suo Belmoro del 1957 (rimasto purtroppo incompleto) ci ricorda i rischi di un mondo post-apocalittico governato dai tecnocrati e da ciò che chiameremmo dittatura dell'algoritmo a manipolare idee e sentimenti. E al William Faulkner del "passato mai morto che non è nemmeno passato" tratto dal Requiem per una monaca appena ripubblicato proprio dalla Nave di Teseo e dalla Sgarbi è facile contrapporre ciò che Alvaro fa dire al tecnocrate di Energheiton: "Noi non abbiamo storia, non abbiamo passato. Sappiamo soltanto quello che faremo domani".

Alvaro è stato il primo narratore in Italia di temi come sradicamento, alienazione, emarginazione nel monadismo della città (L'uomo nel labirinto, iniziato a Parigi nel '21, esce nel '26). A salvare il mondo di Belmoro sono dissidenti, poveri e migranti, gli sradicati, strappati al centro natio come all'affetto di una mamma. Quando morì Alvaro, il fratello don Massimo nascose la notizia all'anziana madre continuando a scriverle lettere firmate "Il tuo Corrado". Il suo primo nemico è "la dimenticanza", l'oblio. Perché come ricorda Vito Teti Alvaro è stato a lungo considerato "un autore macchiettistico, con l'ansia dell'oleografia paesana" anziché un raffinato intellettuale lacerato dal distacco tra la terra e da una modernità che distrugge e sciupa la tradizione, capace di esplorare sottosuoli dostoevskiani per dirla con Aldo Maria Morace, restando diviso tra mille facce: drammaturgo, giornalista, poeta, sceneggiatore, interprete decisivo della cultura europea che aveva le antenne sul suo tempo e che ha rivelato all'Italia autori come Bertold Brecht, il premio Nobel mancato Anna Andreevna Achmatova o Boris. È lui secondo Teti "il profeta dei malanni del consumismo, prima di Pasolini", "un gigante che unì l'anima greca della Calabria alla coscienza europea nel nome della libertà", come sottolinea Mimmo Nunnari, intesa come valore "inalienabile e insostituibile", di cui Alvaro parla in Ultimo diario: "Reputo la libertà la condizione essenziale dell'uomo, quella che lo distingue dagli animali. La miseria, il pregiudizio, la tirannia sociale e politica sono nemici della libertà...".

Giuseppe Giacalone già nel 1975 anticipava come "Alvaro nel 1933 e nel suo Quasi una vita" scrivesse che "gli uomini, coi mezzi moderni, non si accorgerebbero di rimbarbarire". La Fondazione Corrado Alvaro che ne custodisce la parola ha deciso di regalare una copia del suo Gente in Aspromonte del 1931 ad ogni famiglia del suo borgo natio, ricordato sempre e soltanto con lo stigma della 'ndrangheta. Lo ribadisce l'editore Franco Arcidiaco, che ha raccolto il testimone della Fondazione proprio da Morace dopo un doloroso commissariamento arrivato per una presunta inattività della Fondazione. Colpa in realtà del fatto che i soci (Regione, Città Metropolitana, Comune di San Luca e UniCal) non pagavano le quote come da Statuto da oltre un decennio. "È grazie al suo grande qualificato lavoro che si è arrivati a questa consacrazione di Alvaro nel pantheon delle Edizioni nazionali, primo calabrese nella élite culturale italiana", ricorda Arcidiaco, impegnato nella ricostruzione dell'Alvaro giornalista (autore anche di circa duemila articoli nelle terze pagine dei maggiori quotidiani italiani, dal Corriere della Sera a l'Espresso, dalla Stampa a il Resto del Carlino) e di inviato del Mondo dall'Aspromonte alla Francia e alla Russia, amante della Capitale eppure immune secondo Eugenio Montale alla "rumorosa e spumeggiante faciloneria di certi ambienti intellettuali".

"Ormai si è spenta la generazione dei primi alvariani come Raoul Maria De Angelis ed è tramontata la stagione dei suoi critici come Walter Pedullà", ricorda Carmelina Sicari. Fu proprio Pedullà con la sua intrigante lettura di Melusina che "piange con il pianto lungo, colmo di chi piange una morte e avrà da piangere per molto tempo" a raccontare figure femminili divise tra bellezza e degrado, vittime delle convenzioni sociali o delle circostanze - un pittore straniero rapisce Melusina e la obbliga a farsi ritrarre, di fatto violandone la virtù - restano costrette al silenzio, "a custodire segreti inguardabili mai interrotti", conclude la Sicari, secondo cui "resta come un immenso spazio intepretativo, da quello iconico dei pastori con i lunghi cappucci appoggiati ai nodosi bastoni all'elemento primitivo che ha sostituito l'idillio, non con la memoria soltanto ma con la nostalgia dell'Eden di Gente in Aspromonte".

Quando 75 anni fa Alvaro vinse lo Strega si trovò di fronte "la grande cinquina": Mario Soldati con A cena col commendatore, I racconti di Alberto Moravia, L'orologio di Carlo Levi, Domenico Rea e il suo Gesù, fate luce. Il claim scelto da questa edizione - Quasi una vita - rende omaggio all'omonimo libro di Alvaro, in nome di un autore "polimorfico di caratura europea". Ed è un peccato che due perle calabresi come Col buio me la vedo io di Anna Mallamo per Einaudi e Calùra di Saverio Gangemi con Rubettino siano rimasti fuori dalla cinquina.

"Il vento è cambiato e oggi Alvaro si è liberato della camicia di Nesso che lo opprimeva", sottolinea Morace, l'intellettuale che per una vita si è battuto - riuscendoci - perché finalmente vedesse la luce "l'inventario dell'universo alvariano".

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