Quei moralisti al tartufo? Emeriti «boffoni»

Caro Granzotto, nonostante le moltissime lettere giunte a «il Giornale» in solidarietà assoluta con il direttore Vittorio Feltri, noto che lei non ha preso spunto per un commento nell’«Angolo» a lei riservato. Come interpretare il suo silenzio?


E il «chi tace acconsente» dove me lo mette, monsù Bonacci? Se c’è uno che s’è goduto il colpaccio di Feltri, se c’è uno che se n’è fatto un piacere, eccolo: sono io. In primis perché ho festeggiato in Vittorio la grande tradizione illuminista dei Voltaire, dei Diderot e dei d’Alembert, di Hume, Montesquieu e Benjamin Constant, sprezzatori dei luoghi comuni e implacabili nel denunciare i falsi moralisti, gli ipocriti collitorti, i censori a un tanto al chilo. In secundis perché mi ha consentito d’arricchire il mio vocabolario. Ora infatti dispongo di un sontuoso sinonimo di «tartufo», col quale si intende (farina del sacco di Molière) un individuo che la mena notte e dì col moralismo perbenista, con il primato dell’etica facendo le pulci a tutti meno che a se stesso. Il classico predicar bene e razzolar male. Bene, a sinonimo di tartufo, tartufismo, tartufone ora abbiamo boffo, boffismo, boffone (con la «o», ben inteso). Per il resto, Boffo è un problema che non riguarda noi, ma il consesso vescovile che affidò il proprio giornale – instancabile nel propugnare i fondamentali valori cristiani del matrimonio e della famiglia, la fedeltà e l’indissolubilità, il figlio come dono eccetera – a chi essendo sodomita (ovvio: niente di male a esserlo. Ci mancherebbe. È un diritto) della famiglia ha un’idea tutta diversa. Ma ripeto, sono affari loro e il cardinal Ruini, per sedici anni a capo dei vescovi, li ha belli che archiviati affermando di non essersi pentito per averlo nominato direttore dell’Avvenire. Contento lui, contenti tutti. Il punctum dolens, vede come parlo azzimato, caro Bonacci, azzimato come il Boffo nei suoi rigatini e nel suo pizzetto, è un altro. Non trovando un appiglio che sia uno e dunque arrampicandosi sugli specchi i repubblicones, subito imitati dai boffones, concentrarono le accuse mosse al Cavaliere sul fatto che se da un lato questi andava al «Family Day», dall’altro non rinunciava a certe distrazioncelle extrafamiliari, segno questo di poca o nulla coerenza etica. E qui casca l’asino. Casca perché il Grande Accusatore, il Censore Maximus, al secolo Dino Boffo, da un lato si fa paladino della santità e indissolubilità della famiglia; dall’altro briga per sfasciarne una. Quella del suo amante in carica. Importunando e molestandogli la moglie (tipo, ma non mi prenda alla lettera, caro Bonacci, si fa per dire: «Giù le mani dal mio Cicci, vecchia befana, se no vengo lì e ti graffio tutta») onde indurla, che so, a concedere il divorzio, a lasciar comunque libero dai sacri vincoli matrimoniali l’amore suo, suo di lui, di Boffo. Esemplare dimostrazione, questa, di altrettanta poca o altrettanta nulla coerenza etica. E qui ci siamo: svelare il doppio gioco, smascherare i boffi lasciando che si incamminino da soli alla berlina, è illuminismo puro, caro Bonacci o se proprio non vogliamo inorgoglirci troppo, è la quintessenza di quel diritto all’informazione, di quel giornalismo libero e indipendente del quale Dino Boffo si spacciava per campione, mentre ne è solo una schiappa.