Quei tre possibili "vanesio" che gli consigliavano di farsi da parte

Ma chi è il «vanesio irresponsabile» che «ha parlato a vanvera» nei giorni scorsi, e che ha tradito Boffo pugnalandolo alle spalle? C’è un messaggio dentro il messaggio, un riferimento non chiarito nella lettera di dimissioni dell’ormai ex direttore di Avvenire. Un piccolo mistero alla Dan Brown, che aggiunge una nota di foschia in più ad una faccenda con molti aspetti ancora oscuri. Il passaggio è a metà della lunga difesa di Boffo, che dopo aver ringraziato i suoi superiori (perché «mai ho sentito venir meno la fiducia, della Cei come della Santa Sede»), intinge la penna nel curaro. «Se qualche vanesio ha parlato a vanvera, questo non può gettar alcun dubbio sulle intenzioni dei superiori, che mi si sono rivelate sempre esplicite e, dunque, indubitabili».
I sospetti cadono su tre nomi, personalità molto diverse tra loro ma che ugualmente nei giorni scorsi hanno espresso forti perplessità sul comportamento di Boffo, lasciando intendere che un suo passo indietro avrebbe limitato i danni (già enormi) per l’immagine della Chiesa. Il primo è quello di Vittorio Messori, autorevole interprete della sensibilità vaticana e del pensiero delle massime gerarchie cattoliche su molti temi, compreso certamente il caso-Boffo. Messori, contattato dal Giornale, preferisce non dare giudizi sull’epilogo della vicenda, su cui però si era espresso due giorni fa - con grande fermezza - dalle pagine del Corriere della Sera. Il suo commento è parso a molti un’«ambasciata» indiretta (al di là dei formali attestati di fiducia) del pensiero recondito della Santa Sede sullo scandalo che ha investito il direttore del quotidiano Cei. Messori, in quell’articolo, ha severamente criticato la scelta di lasciare Boffo al suo posto: «Dopo la sentenza del 2004, la prudenza tradizionale avrebbe suggerito di chiedere al “condannato” di defilarsi, assumendo altre cariche, meno esposte a ricatti e a scandali. E questo anche se si fosse trattato di un equivoco, di una vendetta, di un errore giudiziario». Un chiaro invito a fare (o far fare) un passo indietro a Boffo, presumibilmente in piena sintonia (o ispirato da?) con la Santa Sede, e che per Boffo deve essere suonato come un ultimatum.
Ma c’è un altro sospetto «vanesio che parla a vanvera», e potrebbe portare l’abito di monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e presidente del consiglio Cei per gli affari giuridici, che l’indomani delle rivelazioni del Giornale aveva per primo evocato la possibilità di chiedere le dimissioni di Boffo per il bene della Chiesa (salvo poi rettificare nel giro di tre ore, smentendo di aver mai parlato di «dimissioni»). L’ultimo dei tre sospetti si chiama padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria, che a Libero ha sibillinamente dichiarato che «se i vertici della Conferenza episcopale italiana avessero avuto notizie certe, avrebbero provveduto con la consueta prudenza». In altre parole, i sospetti su Boffo, se dimostrati, lo renderebbero incompatibile con la posizione che ricopre nel media-system cattolico. Non solo direttore di Avvenire, ma anche di Sat2000, «la tv sulla quale la Cei ha riversato e riversa milioni», come ha scritto non un nemico di Boffo, ma un suo amico: Vittorio Messori, ancora lui.

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