Quel Draghi ingabbiato da «Sole» e «Corsera»

A leggere il Sole 24 Ore e Il Corriere della Sera si può avere l’impressione che il governatore della Banca d’Italia, nel discorso di Rimini, si sia schierato contro coloro che, nel centrodestra, partendo dal ministro Calderoli della Lega Nord, quest’estate hanno sostenuto che, poiché il costo della vita è più basso nel Sud che nel Nord, occorre differenziare i salari per tenerne conto. Il governatore Draghi si è espresso contro le gabbie salariali, intese come strumento vincolistico automatico per stabilire salari diversi nelle varie regioni. Ma non è vero che Draghi, bocciando la proposta di ripristinare le gabbie salariali, ha bocciato quella di differenziare i salari fra Nord e Sud mediante nuove liberalizzazioni della contrattazione collettiva, come affermano in modo esplicito, o fanno capire, nei loro articoli, rispettivamente il Sole 24 Ore e Il Corriere della Sera. Non è affatto vero che Draghi, come titola il Sole, ha in sostanza detto «no a gabbie salariali, sì al secondo livello di contrattazione». Ossia che avrebbe sostenuto la tesi che deve rimanere la contrattazione collettiva nazionale con salari di base e altre regole economiche eguali per tutta l’Italia, mentre ammette una contrattazione di secondo livello regionale integrativa.
Ancora più ambiguo Il Corriere della Sera che sul tema scrive che Draghi «boccia senza mezzi termini qualsiasi ipotesi di ripristino delle gabbie salariali». Frase molto imprecisa. Ciò perché Draghi ha sostenuto una tesi che se non è quella delle gabbie salariali come misura vincolistica, in realtà vi somiglia, come soluzione di mercato. Infatti si è pronunciato per un maggiore decentramento e una maggiore flessibilità dei salari in qualsiasi forma. Ha detto testualmente: «Comunque non si tratta di imporre dei vincoli aggiuntivi al processo di determinazione dei salari, con il ripristino delle cosiddette gabbie salariali, ma al contrario di conseguire gradi più elevati di decentramento e di flessibilità della contrattazione». Draghi non è l’oracolo di Delfi, quindi il fatto che egli sostenga, come io sostengo, che per la crescita economica occorre la flessibilità dei contratti di lavoro e la libertà di farli in modo decentrato, non basta per chiudere il discorso. Ma non pare proprio che Draghi difenda lo status quo contrattuale, come si vuol far credere.
Non bisogna confondere la contrattazione integrativa di secondo livello con il decentramento regionale della contrattazione. È come confondere un costume due pezzi con un topless. Certamente una donna che usa il costume a due pezzi compie una grossa innovazione rispetto al costume a un pezzo solo, che copre tutto il corpo dalle gambe al collo. Ma la donna in bikini è molto diversa da una donna in topless. La contrattazione di secondo livello spinta, che la Confindustria sponsorizza, è una specie di due pezzi scollato, che suscita le proteste della Cgil che ama il pezzo unico che copre tutto il corpo, cioè centralismo dei contratti di lavoro, una tesi dirigista, che piace al sindacato centralista collegato al partito organizzato. E piace alla parte della Confindustria che è favorevole al centralismo, anche perché può consentire la cosiddetta concertazione, cioè l’intervento del governo statale per agevolare il patto nazionale di rigidità salariale (l’agevolazione governativa di solito la paga il contribuente, nell’«interesse della nazione»).
Invece il contratto decentrato regionale, differenziato sin dalla base, è come il topless. Denuda la situazione. E rompe un tabù. Suscita scandalo nei bigotti del dirigismo, che per combatterlo evocano le gabbie salariali che non c’entrano affatto. Al Mezzogiorno d’Italia bisogna dare libertà e responsabilità. Non solo nel campo fiscale, anche in quello dei contratti di lavoro. Non solo libertà nei contratti integrativi, ma libertà nei contratti di base. Ciò occorre se si vuole far emergere l’economia sommersa e consentire un’economia competitiva, nell’industria, nell’agricoltura, nel turismo, nei servizi pubblici.
Al Sud il costo della vita è più basso, gli alloggi costano meno, il clima è più clemente, i generi di prima necessità costano poco. Il minimo contrattuale può essere minore e ciò lo si stabilisce contrattando in modo decentrato. Si tratta di fare il federalismo salariale; esso è non solo parallelo, ma anche necessario al federalismo fiscale. Un insegnante, un paramedico, un impiegato del Comune vanno pagati meno che a Milano o Torino, se si vuole far funzionare il federalismo fiscale. Togliete il due pezzi del contratto nazionale più l’integrativo e mettete solo il topless del contratto decentrato. Diversamente non solo il Mezzogiorno continuerà ad arrancare, ma farà flop anche il federalismo fiscale.

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