«Quel patrimonio nazionale chiamato folk»

Si ispira al blueman maledetto Robert Johnson e a Celentano passando per le ballate di protesta di Woody Guthrie; le sue influenze sono infinite («da giovane imitavo Nino Ferrer e mi piaceva anche Nicola Di Bari») ma il suo stile è inimitabile. Infatti il bardo dialettale Davide Van De Sfroos, sbrigativamente catalogato agli esordi come un fenomeno da baraccone, ora è il portabandiera di un linguaggio cantautorale aspro, intenso, lirico, amaro e sarcastico cantato in comasco, o meglio in tremezzino, o meglio ancora nella lingua dei «laghèe». I suoi concerti sono presi d’assalto in Italia e persino all’estero (stasera, ore 21, info: 02-58101344, gioca in casa al Palasharp), ha appena terminato un programma sul folk per Raidue e ora che tutti parlano di dialetti se la ride sotto i baffi.
«Finalmente in Italia si comincia a capire che il dialetto unisce e non divide. Il dialetto dovrebbe essere come il buon vino; i vini siciliani ad esempio piacciono al Nord e viceversa. Non è questione di bandiera ma di cultura».
Ora sarà contento che la sua battaglia è sulla bocca di tutti.
«Non l’ho mai vissuta come una battaglia. Io canto la lingua con cui sono cresciuto, ma le emozioni sono particolari e universali. Ho preso Frank’s Wild Years di Tom Waits per trasformarla in I ann selvadegh del Francu ed è drammatica anche in dialetto, poco importa che l’azione non si svolga nella San Fernando Valley ma in Val d’Intelvi».
Anche da noi ci sono dei personaggi peculiari, degni di esser cantati nelle ballate.
«Certo, gli americani hanno i fuorilegge o i maledetti, ma dalle mie parti ci sono personaggi come il Cimino o l’Alain Delon de Lenno che neppure inventandoli sarebbero così strani. Ho conosciuto tanta gente che starebbe bene in un film di Peckimpah. Da lì raccolgo le mie storie. L’importante è che ci sia la qualità. Io non scrivo canzoni solo per mettere in fila delle parole, ma per qualcuno sembra che fare buona musica sia un reato. Invece andrebbe tutelata come il tartufo nero».
Anche lei poeta maledetto?
«Ognuno ha le sue maledizioni, io coi contrabbandieri, i cacciatori e varia umanità della mia zona».
Raidue ha appena celebrato il folk italiano in quattro puntate: insomma tante cose si stanno muovendo.
«Finalmente anche da noi s’è capito che il folk non è musica da tenere in frigorifero e da tirar fuori per celebrare i bei tempi andati. Il folk è patrimonio nazionale; guardate in America come valorizzano il blues, il country o i cantautori, da quelli di protesta come Woody Guthrie e Pete Seeger ai moderni come Steve Earle, passando per Bill Monroe inventore del bluegrass e per Zachary Richard che suona lo stile cajun tipico della Louisiana. Tutti costoro fanno parte della storia e del costume degli Stati Uniti. Da noi fino ad ora il folk fino a poco tempo fa era considerato musica per qualche ubriacone nostalgico. Oggi c’è un movimento forte e attuale ...
E poi si parla del dialetto al Festival di Sanremo.
«Beh con me si sfonda una porta aperta. Certo non vorrei trasformare Sanremo nella saga del formaggio ma un po’ di dialetto di qualità starebbe bene. Tutto deve essere fatto con classe e misura. I Tazenda andarono a Sanremo cantando in sardo ma avevano al fianco Gianfranco Bertoli che sembrava un traduttore. Bisogna sperimentare».
Ricorda i tempi in cui la consideravano leghista?
«Per fortuna son passati presto. Io vivo sul lago la mia verità popolaresca e dico ciò che penso al di fuori della politica. Ormai tutti sanno che non mi interessano bandiere e bandierine».
E così ha conquistato l’Italia e l’estero.
«Beh io sono spontaneo e sono contento di piacere un po’ a tutti. I miei concerti sono raduni di amici, migliaia di amici, che arrivano con i pullman dai luoghi più impensati. Al Campo Volo di Reggio Emilia, dove ha suonato Ligabue, ho tenuto concerti indimenticabili. Vorrei sottolineare che l’Emilia è la terra più fertile per raccogliere gli stimoli folklorici e unirli al rock e alle tendenze moderne. Lì si trovano ragazzi che amano le antiche ballate e vecchietti con la t shirt dei Doors».
Il concerto come milanese come sarà?
«Sempre uguale e sempre diverso; con momenti divertenti, caustici e intimisti come 40 pass, la mia canzone di redenzione. I miei brani uniscono la melodia con il rock e nel mio sound inglobo blues, country, insomma le mie radici. Come dico sempre sono bifolk, non piaccio certo ai puristi».