Quella faida nella Cgil che fa tanta paura a Guglielmo

nostro inviato a Cernobbio

Dopo l’intensa mattinata, culminata nell’incontro con Guglielmo Epifani, Emma Marcegaglia si rilassa e si gode un po’ del sole della terrazza di Villa d’Este. Un po’ di pace in compagnia di un’amica, mantovana come lei, prima di ripartire per Roma. Il presidente di Confindustria si tiene dentro, un po’ segreto, un po’ mistero, il progetto di riavvicinamento con la Cgil di Epifani, decollato ieri dal Forum Ambrosetti di Cernobbio. In conferenza stampa ci ha tenuto a non andare oltre all’enunciazione della «logica della coesione contro quella della conflittualità», senza dire come fare: «Non posso, siamo in una fase delicata, seguiranno altri incontri». Ma è una svolta, dopo la clamorosa rottura sulla riforma contrattuale, firmata da Cisl e Uil, che ha spaccato i «confederali» e isolato la Cgil.
Due o tre indizi sul tipo di percorso inaugurato ieri, però, ci sono. Nella zona grigia di un autunno sospeso tra i primi segnali di uscita dalla crisi e una pace sociale a rischio per le difficoltà che molte imprese devono affrontare, Marcegaglia coglie l’attimo per cambiare marcia. E e diventare interlocutore prudente e più che mai affidabile del il Governo. In questo senso l’asse con l’Epifani è necessario e opportuno al tempo stesso. Anche per Epifani, alle prese con il caos totale della propria dirigenza, a un anno esatto dalla scadenza del mandato del segretario. Che punta a essere sostituito dalla sua prescelta, Susanna Camusso.
In questo senso la marcia indietro di Epifani è funzionale al recupero di posizioni perse al momento della spaccatura con Cisl e Uil, avvenuta nella certezza che mai Confindustria avrebbe siglato un accordo separato. Una convinzione, errata, figlia dell’asse tra Epifani e Montezemolo, il predecessore di Emma che aveva garantito alla Cgil l’impraticabilità di una firma separata.
Ciò non è avvenuto, lasciando morti e feriti sul campo, isolando Epifani e fornendo alla Fiom, l’ala «rifondarola» del sindacato, l’occasione di guadagnare in peso e influenza. Mentre la stessa figura di Montezemolo, senz’altro ingombrante per la presidenza Marcegaglia, fa oggi capolino come una possibile alternativa di governo di futura marca centrista. In questo senso, un asse Marcegalia-Epifani spariglia i giochi e può trovare ampi consensi anche nell’attuale esecutivo. Non a caso Tremonti ha ieri definito l’intervanto di Epifani «responsabile e interessante».
D’altra parte il segretario Cgil si gioca in questa partita il futuro dei suoi uomini. E, a sua volta, guarda al Pd di Bersani per salvare la Cgil dalla deriva estremista delle proteste sui tetti delle fabbriche che, in questa fase, non conviene di certo al Pd. Se l’operazione gli riesce, può portare a termine la successione come vorrebbe e consegnare al futuro Pd una Cgil da una fisionomia meno barricadera e più riformista. Impresa non facile.
Primo per la sua credibilità, messa a rischio da una stagione giocata tutta in trincea. E poi perché il gruppo dirigente del maggior sindacato italiano è il vero problema. Non solo per Epifani, ma soprattutto per gli stessi lavoratori, come trascinati nell’isolamento a causa delle lotte intestine e della confusione che regna sovrana rispetto alla difesa reale dei loro interessi.
Non a caso, tra le personalità di governo più consuete al dialogo con le parti sociali, c’è chi coglie l’importanza di una tregua con la Cgil, ma guardando già oltre a Epifani. In questa direzione si starebbero già muovendo diplomazie sottotraccia tra alcune delle componenti estremiste del sindacato e l’esecutivo. Che avrebbero come obiettivo finale quello di far cadere l’attuale segretario e il suo gruppo dirigente, aprendo una fase nuova. La partita è quindi molto più complessa di quello che può apparire, intrecciandosi tra loro istanze ed interessi diversi. C’è da sperare che questo conflitto, tutto interno alla sinistra, tra la successione alla Cgil e l’estenuante stagione congressuale del Pd, non si giochi fino in fondo sulla pelle lavoratori.

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