Quelle «Vite minuscole» ingrandite dallo stile

Andrea Caterini

Nel 1984, nove anni prima che in Italia comparisse Vite di uomini non illustri di Pontiggia, in Francia uno scrittore poco meno che quarantenne, Pierre Michon, sorprese tutti dando alle stampe il suo libro d'esordio, Vite minuscole. La materia (o il pretesto) potrebbe essere la stessa per entrambi i libri (raccontare la vita vera, presunta o immaginata di sconosciuti), se non fosse che Pontiggia non si è mai liberato da una prudenza espressiva, da una paura, che lo ha reso uno scrittore trattenuto dal suo stesso enciclopedico sapere. Michon, che in un'intervista ha dichiarato che «la scrittura è un atto di fede, perché è una battaglia continua con se stessi e con i propri dubbi», si è messo al contrario totalmente in gioco in questi otto racconti (o biografie), in cui le vite dei suoi personaggi lo riguardano al punto tale da costruire un'autobiografia immaginaria, o abitata da fantasmi.

Ho scritto «autobiografia» non a caso, perché gli altri di cui Michon scrive se sono estranei per noi che leggiamo non lo sono per lui. Qui compaiono avi (evocati da uno scrigno della nonna, un vero reliquario); il nonno alcolizzato, il padre assente (pure lui alcolista e l'alcol è il destino di tutti gli uomini della famiglia, compreso il narratore). E poi il vecchio analfabeta Foucault, incontrato in ospedale, che accetta la morte pur di non essere ridicolizzato dalla scienza dei sapienti; infine sua sorella, la «bambina morta» tre anni prima della nascita di suo fratello: l'angelo la ferita che detta il tono di tutta la narrazione.

In realtà, il libro di Michon è il racconto della nascita di uno scrittore. Le vite di cui parla, anche la sua, sembrano narrate come in uno stato sognante. Michon pare dirci che lo stesso passato (o la nostra memoria) è un sogno qualcosa di volontario e involontario al contempo, cioè che mette sullo stesso grado di realtà ciò che si immagina e ciò che immaginiamo sia davvero accaduto. Ma se si tratta veramente del racconto di una nascita, è perché Michon ha strappato da se stesso tutta la propria vita rigenerandola in uno stile. Quello strappo è una lunga ferita prima della resurrezione. Perché di altro non si tratta che riconsegnare una vita dopo la vita; una vita nata dal dolore, dalla propria stessa morte, e dalle morti di tutti quelli che lo hanno attraversato, che in lui hanno abitato prima che la scrittura gli donasse un'eternità.

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