C'è un'immagine, nell'Odissea di Christopher Nolan, che vale l'intero film e forse l'intero discorso sull'Occidente. È la notte in cui cade Troia. La macchina da presa (quelle cineprese Imax in 70 millimetri che Nolan ha voluto per restituire al mito la sua grandezza fisica) non filma una battaglia: filma la fine di una civiltà. Una civiltà fondata sulla magia e sul sacro, sugli dèi che entrano nelle case degli uomini, sui presagi, sulle statue che non sono pietra ma presenza. E quella civiltà, nel momento in cui muore, viene fotografata mentre distrugge il proprio fondamento: la statua di Atena, la dea che l'aveva protetta, che cade e si spezza.
Ulisse è l'uomo che ha reso possibile quella notte. È il simbolo della conoscenza, dell'intelligenza che scioglie ogni nodo, dell'astuzia che apre le porte sbarrate. Il cavallo di legno è la ragione fattasi arma. Qui sta il punto che Nolan, senza scriverlo mai sulla lavagna, lascia affiorare: la conoscenza senza la compassione non salva, uccide. La stessa ragione che concepisce l'inganno geniale è quella che, dentro le mura, si fa massacro. L'intelligenza che ignora la pietà produce in una notte le atrocità che dieci anni di guerra frontale non avevano prodotto.
C'è, in filigrana, una lezione che i nostri maestri conoscevano bene (da Del Noce a Girard): una civiltà non finisce quando viene sconfitta, ma quando smette di credere nei valori che l'hanno generata. Troia non cade perché è più debole. Cade perché la violenza dei vincitori profana il sacro, e nel profanarlo lo dissolve. Abbattere la statua di Atena, la dea che vegliava sulla città, non è un gesto di guerra, è un gesto di apostasia. E l'apostasia, non la spada, è ciò che chiude un mondo.
Difficile non leggervi un'allusione al nostro presente. L'Occidente che ha fatto della ragione strumentale la propria unica divinità, e che nel farlo ha smarrito la compassione e il senso del sacro, somiglia molto a quella Troia in fiamme (o forse a quegli achei che vincono e insieme si perdono). Nolan non predica, non consegna morali. Ma la fotografia della fine è lì, immobile e terribile, e ognuno vi legge ciò che gli somiglia.
Eppure sarebbe un torto ridurre l'Odissea a un trattato di filosofia.
Perché resta, prima di tutto, la più affascinante delle avventure: il mare, i mostri, Polifemo, le Sirene, il desiderio ostinato del ritorno. Nolan tiene insieme il pensiero e lo stupore, e forse è questo il suo miracolo. Ci ricorda che il mito non spiega il mondo, lo attraversa. E che un uomo, per tornare a casa, deve prima attraversare se stesso.
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