Il rapporto tra Indro e il cinema: una botta e via senza rimpianti

Montanelli e il cinema: una botta e via. I sogni muoiono all’alba è stato il suo unico film da regista e lui stesso, nonostante qualche ostinato adulatore si sperticasse di elogi, fu il primo a riconoscere che non era un capolavoro. Troppo teatrale, fu il ritornello dei detrattori. Giusta osservazione: infatti il film fu tratto da Montanelli da un suo precedente dramma, con l’identico titolo, scritto per il teatro, e rappresentato per la prima volta a Milano al Sant’Erasmo. I milanesi meno giovani se lo ricordano bene: era sottoterra, ma era tutt’altro che una catacomba. Anzi, quel palcoscenico piazzato in mezzo alla sala, come fosse una minuscola Arena di Verona, con le luci che un attimo prima dell’inizio si spegnevano per riaccendersi con gli attori già in mezzo al pubblico, creava un’atmosfera davvero magica. Bene, io c’ero quando andarono in scena, in una delle molte repliche, I sogni montanelliani, se la memoria non mi tradisce, con almeno un paio dei protagonisti del film, Gianni Santuccio e Aroldo Tieri, forse anche Ivo Garrani.
Poi lo rividi, nella trasposizione cinematografica, diversi anni dopo in tv. O meglio al videoregistratore, perché certi film, né la Rai né Mediaset osano mandarli in onda prima che sia notte fonda. Be’, insomma, il mio antico, grande direttore, non si offenderà se dico che è una bella pizza. Cupo, lento, logorroico, roba da Antonioni, più che da Montanelli. Il quale se un suo redattore gli avesse portato un articolo così noioso, l’avrebbe cassato in blocco, senza neppure tentare di metterci mano, lui che era il più magistrale restauratore di pezzi da macero.
In quel film c’era una sola presenza femminile, di qualche rilievo intendo: Lea Massari, una delle più belle e probabilmente la più brava attrice italiana degli anni Sessanta. Tanto è vero che ebbe una carriera brevissima. A Montanelli la Lea piaceva, eccome se gli piaceva. Circolano molte leggende attorno a relazione tra il non ancora vecchio, ma già maturo Indro e la giovane Lea. Impossibile accertarne la veridicità, non resta che catalogarla con l’aggettivo preferito dei tg: presunta. Una volta, tirando fuori un inaspettato coraggio, glielo chiesi, prendendola molto alla larga e lui non disse né sì né no, chiudendo la non risposta con uno dei suoi impagabili sorrisi.
Dopo di allora dunque Montanelli e il cinema non s’incontrarono più anche se nell’albo per così dire d’oro del grande giornalista c’è da inserire la collaborazione per Il generale della Rovere, diretto da Rossellini e ispirato a un racconto di Montanelli, che ne curò la sceneggiatura. Buon film, esagerato Leone d’oro a Venezia, con un superbo Vittorio De Sica. Che ci volete fare, Rossellini era una regista con la erre maiuscola, anche se certi suoi strombazzati pseudocapolavori sono mille volte più barbosi dei Sogni montanelliani.
Chissà qual è stato l’ultimo film visto da Montanelli al cinema: se dico Via col vento forse non vado lontano dalla verità. Di sicuro lui non c’era, quando, il neonato Il Giornale Nuovo aveva sede ancora in piazza Cavour, la redazione in blocco si riversò al cinema Manzoni per vedere Profumo di donna di Risi. C’era stato non so quale intoppo tecnico e per almeno tre ore non si poteva far nulla. Montanelli preferì starsene davanti alla tv, anche se non trasmettevano né Derrick, né una partita della sua Fiorentina, mentre il redattore capo Leopoldo Sofisti, che avrebbe pagato di tasca propria per poter lavorare anche a Natale e a Ferragosto, immagino si aggirasse per le redazioni vuote come un leone in gabbia. Quando molti anni più tardi, era il maggio del ’90, Montanelli mi nominò incautamente critico cinematografico, lasciandomi però agli Interni, dove ero entrato al varo del Giornale, ebbe da ridire solo su una cosa del provino, di quattro o cinque schede, che gli avevo sottoposto. «Tutto bene, ma i voti no, altrimenti con i tuoi 2 e 3 mi fai litigare con i miei amici, come Olmi e Fellini, mi intimò». Poi quando al Giornale arrivò Feltri i voti li volle, ma come diceva il barista saggio di Irma la dolce questa è un’altra storia.
Dunque Montanelli aveva amici nel cinema e mica gli ultimi della pista. Mi confidò che li sentiva a volte al telefono, invece li frequentava ben poco, refrattario com’era ai salotti e ai terrazzi. Spero quindi che mi perdoni se a L’avventura di Antonioni, che trasmetteranno sabato su LA7, manco a dirlo, all’una e venti di notte, ho dato zero. Anche se c’è Lea Massari. Che però, previdente, sparisce alla fine del primo tempo.

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