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Rasputin, il mistico che scaraventò i Romanov nell'inferno dei soviet

Antony Beevor racconta i deliri religiosi e gli intrighi della corte degli Zar

Di Carl Bulla, Pubblico dominio Wikicommons
Di Carl Bulla, Pubblico dominio Wikicommons

Nelle stanze più oscure della corte degli zar, quelle dove la superstizione si mescolava alla litania delle preghiere ortodosse. E poi nelle feste sguaiate della nobiltà di San Pietroburgo dove la nobiltà russa esibiva Grigorij Rasputin come negli anni ottanta del novecento un imprenditore avrebbe esibito un ipnotizzatore come Giucas Casella. É in questi ambienti, oltre che nella siberia gelata percorsa dai pellegrini itineranti ortodossi gli Strannik, che Antony Beevor accompagna il suo lettore attraverso le pagine di Rasputin e la fine dei Romanov (Rizzoli, pagg. 378, euro 27).

Beevor che è famoso soprattutto per i suoi lavori di storia militare in questo saggio non tratteggia una semplice biografia quanto piuttosto il ritratto di un'epoca in cui l'asfittico Impero russo prima di essere travolto da una rivoluzione atea e bolscevica (ma che ha sempre praticato sofisticate liturgie per incantare il popolo) vide crearsi strani percorsi misticheggianti, tali da consentire ad un contadino siberiano semi analfabeta di diventare il punto di riferimento morale e religioso della zarina, prima di essere ucciso in un intrigo di strepitosa violenza.

Ma andiamo con ordine. Chi era davvero Grigorij Rasputin (1869 - 1916)? Sulla sua giovinezza e la prima parte della sua vita le fonti sono ambigue e confuse, sull'ultima parte della sua vita la documentazione è enorme ma spesso viziata dall'odio e dall'amore folle che il personaggio era in grado di suscitare con le sue performance istrioniche. Di certo il padre di Grigorij Rasputin, Efim, era un contadino povero, di Pokrovskoe un villaggio sul fiume siberiano Tura. Lì nel 1869 nacque Grigorij, quinto figlio arrivato dopo la morte dei primi quattro. Rasputin crebbe in una izba fatta di tronchi calafati con il muschio. Nell'estate del 1886 a soli 17 anni sedusse una giovane con gli occhi castano scuro Paskov'ja Dubrovina di tre anni e mezzo più grande di lui. La portò con se a vivere nella misera fattoria. E secondo la leggenda fu a lei che iniziò a mostrare i primi miracoli come far risalire una barca controcorrente senza remare. Di certo invece nel 1892 decise di lasciare il villaggio, la moglie e il primo figlio per mettersi a fare il pellegrino errante e raggiungere il monastero di Verchotur'e. Lì imparò a leggere e a scrivere, e incontrò lo starec Makarij, sotto la cui influenza rinunciò a mangiare carne e bere bevande alcoliche. Entro breve tempo divenne un vero e proprio strannik, un pellegrino errante, e i suoi viaggi lo portarono sino al monastero del monte Athos. Questi viaggi itineranti alla fine lo portarono a San Pietroburgo, secondo alcuni già nel 1903. Di certo la svolta avvenne nel 1905 quando Milica e Anastasia del Montenegro, due temibili sorelle all'interno di tutte le trame di corte, lo introdussero ai Romanov. E soprattutto alla zarina. Alice d'Assia aveva sposato Nicola II nel novembre 1894 assumendo il nome di Aleksandra, transitando dal protestantesimo alla religione ortodossa. Come spesso accade ai convertiti era diventata ossessivamente credente. A questo si univa una certa fascinazione per l'occulto. La corte era già stata funestata dalla presenza di un ipnotista francese, Philipe Nazier - Vachot che si diceva organizzase sedute spiritiche per evocare il defunto Zar Alessandro III.

Rasputin fu più abile ancora fece breccia nel cuore della Zarina e di un bel pezzo di corte maneggiando alla perfezione il misticismo russo. Tanto più che nel 1904 era nato lo zarevic Aleksej, da subito malato di emofilia. In più di una crisi del bambino secondo la Zarina Rasputin mise in campo un impareggiabile potere taumaturgico. Di parere decisamente diverso l'imperatrice madre Marija Fëdorovna che si oppose da subito al fatto che quello che per lei era un contadino siberiano o poco più si ritrovasse con un ruolo preminente a corte e con l'accesso diretto alle stanze della famiglia imperiale.

A questo punto però Rasputin era diventato una vera e propria star, conteso dalle grandi case che lo invitavano ad ogni festa. Per lui impazzivano soprattutto le nobildonne, con molte delle quali finì per intrattenere relazioni di peccato e pronta redenzione. Su questa parte della vita del mistico, a differenza che sulla prima le fonti di informazione sono numerosissime, la difficoltà di ricostruzione storica che Beevor cerca di risolvere è data dalla polarizzazione delle posizioni. Per un pezzo della corte era un nemico assoluto, un falso profeta che stava plagiando la Zarina, per di più un plebeo. I giornali dal canto loro sguazzavano nei rapporti di Rasputin con le sottane della nobiltà, il tutto con gran gusto dello scandalo, vero o presunto importava poco. Per altri Rasputin era semplicemente un santo e quindi ogni sua azione veniva raccontata con agiografia miracolistica. La verità come spesso accade era nel mezzo, Rasputin era il figlio di un'epoca convulsa in cui a San Pietroburgo la politica si mescolava al misticismo. Un pezzo di popolo oppresso ma profondamente religioso poteva vedere in Rasputin un salvatore, un uomo di Dio capace di portare allo Zar, unto dal Signore, la verità dal basso, quella verità che nobili e nuovi capitalisti volevano nascondere. Abbastanza per scatenare la violenza. Agli inizi del 1914, ormai influentissimo, Rasputin decise di tornare il suo villaggio natio di Pokrovskoe, per rivedere il padre. Nel pomeriggio del 29 giugno Rasputin uscì di casa per rispondere a un telegramma. Al rientro fu aggredito da una donna, Chionija Guseva. Lo pugnalò allo stomaco, appena sopra l'ombelico. Si salvò colpendola a bastonate e se la cavò con un mese d'ospedale. Da quel momento i suoi episodi di alcolismo si moltiplicarono e la sua influenza sulla corte andò a scontrarsi con ogni tentativo di riforma dell'autocrazia russa, ormai precipitata nella Prima guerra mondiale. Nel dicembre del 1916 i nemici più acerrimi di Rasputin, capitanati dal principe Feliks Jusupov, decisero di passare all'azione. Attirando Rasputin in una trappola prima provarono ad avvelenarlo.

Poi passarono ai colpi di pistola, e ad un pessimo tentativo di occultare il cadavere. Come scrisse il poeta Aleksandr Block: "La pallottola che mise fine alla vita di Rasputin andò dritta al cuore della dinastia regnante". Divenne la prova provata che il regime era diventato il cannibale di se stesso.

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