Si chiama inclusione: un piccolo gesto ma che ha un significato enorme.
E infatti non possiamo che applaudire l'iniziativa dell'assessore alla Scuola della Regione Toscana Alessandra Nardini, del Pd (sono i vantaggi di votare a sinistra), che l'altro giorno ha inaugurato in un istituto tecnico di Grosseto un bagno gender neutral. E la cosa, mentre nel Regno Unito la Corte Suprema ha stabilito dopo un dibattito decennale che le donne trans non potranno più utilizzare i bagni femminili né gli uomini trans quelli maschili, ci fa sentire fieramente europei, progrediti e progressisti.
Certo, poi a volte accade che quando vuoi abbattere tutti i muri, eliminando le discriminazioni, finisci con l'alzarne di nuovi, aumentando le differenze. Il cartello sulla porta del bagno riporta ben undici simboli: uomo, donna, donna incinta, portatore di handicap (ma la disabilità è un genere sessuale?), una sirena (che nel mondo Lgbtq significa fluidità), un alieno (una icona della cultura queer), un androide... Volevi solo fare la pipì e ti ritrovi nei bagni del bar di Guerre stellari. Succede quando scambi un desiderio per un diritto, o un bisogno (e scusate la parola «bisogno»).
Per carità, l'intenzione è buona.
O buonista (e non faremo la battuta che così i soldi delle nostre tasse finiscono nel cesso). Però praticamente alla fine, scusate, ma possono entrarci tutti. Insomma, il troppo progressismo ti fa tornare al vecchio bagno in comune. Allora bastava la targhetta «WC». Woke-closet.