Alle porte di Milano, in mezzo ai campi di Cassina de’ Pecchi, c’è un birrificio che tiene assieme agricoltura, produzione artigianale e linguaggio contemporaneo senza trasformare tutto in una cartolina rurale. Birrificio WAR nasce nel 2017 all’interno della Cascina San Moro, azienda agricola attiva dal Settecento, per iniziativa di Francesco Radaelli, rappresentante dell’ultima generazione della famiglia. L’idea iniziale era semplice: non limitarsi più a coltivare cereali, ma iniziare a trasformare direttamente parte della materia prima prodotta nei campi.
Da qui nasce anche il nome WAR, acronimo di “We Are Rising”, formula che prova a sintetizzare il tentativo di rinnovare un’attività agricola storica senza cancellarne l’origine. Un’operazione che negli ultimi anni ha coinvolto molte aziende di campagna alle porte delle grandi città, ma che qui ha assunto una forma piuttosto precisa: un birrificio agricolo indipendente capace di controllare quasi tutta la filiera produttiva.
L’orzo utilizzato per le birre viene infatti coltivato direttamente nei terreni della cascina, oggi estesi fino a 25 ettari. Oltre l’80 per cento del malto impiegato nasce da quella produzione interna, mentre la maltazione viene affidata a un’azienda specializzata per garantire tracciabilità e continuità qualitativa. Per il resto, tutto resta dentro la struttura: dalla selezione delle sementi alla fermentazione, fino al confezionamento e alla somministrazione nella tap room.
L’avventura brassicola è partita nell’ex fienile ottocentesco della cascina, recuperato senza alterarne troppo l’impianto originario. Capriate in legno a vista, spazi industriali essenziali e un piccolo impianto fotovoltaico installato già nel 2011 hanno accompagnato la crescita del progetto. In pochi anni WAR è passato da una produzione iniziale di circa 50 mila litri annui agli attuali 600 mila, grazie anche alla costruzione di un nuovo capannone e all’installazione di impianti più performanti.
Dietro al progetto lavora una squadra di undici persone, quasi tutti giovani collaboratori, tra cui il mastro birraio Lorenzo Mascherini e la graphic designer Elisa Previtali, responsabile di un’identità visiva che ha contribuito parecchio alla riconoscibilità del marchio. Perché WAR, oltre alla produzione, ha costruito negli anni anche un immaginario molto preciso: ironico, pop e volutamente poco allineato all’estetica tradizionale del mondo brassicolo.
Lo si capisce già dai nomi delle birre. Alcune giocano sui gradi alcolici — Tutto Fatto, Mezzo Fatto, Faccio Finta — altre si muovono tra provocazione e sarcasmo con titoli come Pesci in faccia o Bauscia go home. Poi ci sono le etichette che pescano simboli religiosi trasformandoli in giochi visivi: Amen, Santo Spirito, Osanna, Ultima Cena. Un’ironia più grafica che polemica, accompagnata da illustrazioni dai colori accesi dove compaiono scimmie antropomorfe, madonne stilizzate, tavole sparecchiate e coccodrilli accaldati.
Anche sul piano produttivo WAR evita approcci troppo conservativi. Il laboratorio interno viene utilizzato per sperimentare ricette e tecniche poco convenzionali: birre ispirate alla focaccia o al cappuccino, lavorazioni con note di caffè e fermentazioni che modificano procedure canoniche, come nel caso della “Ultima Cena”, prodotta saltando la fase della bollitura del malto.
Negli ultimi anni il birrificio ha progressivamente ridotto la quantità di referenze permanenti, concentrandosi su una linea più compatta di tredici etichette continuative affiancate da una o due One Shot mensili in edizione limitata. Una scelta maturata soprattutto dopo la pandemia, quando molte realtà artigianali hanno preferito alleggerire la produzione standard per lasciare maggiore spazio alla sperimentazione.
Anche il tema della sostenibilità viene affrontato in modo pragmatico. WAR ha progressivamente abbandonato il vetro scegliendo la lattina riciclata e riciclabile, più leggera da trasportare e più semplice da stoccare. Una decisione che nel settore artigianale fino a pochi anni fa sarebbe stata quasi impensabile, ma che oggi sta diventando sempre più frequente.
Accanto al birrificio resta centrale la somministrazione diretta.
La tap room aperta tra gli spazi della cascina funziona come estensione naturale del progetto: un luogo che tiene insieme produzione, consumo e socialità senza troppi filtri. Più che raccontare la campagna come rifugio nostalgico, WAR sembra usarla come laboratorio contemporaneo dove agricoltura e cultura pop possono convivere senza prendersi troppo sul serio.