Realismo, umanità e grandezza: la lezione "italiana" di De Sanctis

Il filosofo dello storicismo assoluto moriva settanta anni fa. Aveva imparato da Vico, Hegel e dalle critiche del connazionale

Benedetto Croce, come si sa, vantava tre numi tutelari: De Sanctis, Vico e Hegel. Ma a guardar bene, i tre si riducono a uno solo, De Sanctis. È Francesco De Sanctis, infatti, il pilastro su cui poggia la costruzione crociana ed è Francesco De Sanctis che, essendosi formato su Vico e Hegel, li passò a Croce (di cui proprio oggi ricorrono i settant'anni dalla morte), l'uno come padre nobile dello storicismo, che supera le idee chiare e distinte di Cartesio e Spinoza, e l'altro come teorico della dialettica. Ben conosciuto come storico e critico della letteratura italiana, De Sanctis fu anche un ingegno filosofico di prim'ordine, ma come tale è ancora ignorato. Eppure i suoi meriti in questo campo sono indubitabili. Lo dimostra il fatto che fu, in bene e in male, il primo e più importante critico europeo di Hegel, colui che già prima di Croce distinse ciò che era vivo e ciò che era morto nel suo sistema. Lo studiò assiduamente, leggendolo prima in italiano e poi (nel periodo trascorso in carcere) in tedesco, giungendo alla conclusione: «Sono stanco dell'assoluto, dell'ontologia e dell'a priori. Hegel mi ha fatto un gran bene, ma insieme un gran male. Mi ha seccato l'anima».

Per Croce, aver ricevuto Hegel quando già gli si appuntavano addosso le critiche dirompenti di De Sanctis, fu importante. Fu da esse liberato dalla servitù dell'hegelismo ortodosso al quale soggiacque invece, attraverso Bertrando Spaventa e i suoi maestri Maturi e Jaja, Giovanni Gentile, e poté svolgere per contrasto la sua filosofia, la quale non è altro che lo sfruttamento ottimale di tali critiche in una sistemazione articolata che, pur salvando di Hegel la dialettica e l'esistenza in quanto base del realismo, era «non la prosecuzione, ma la totale eversione dello hegelismo».

Il primo campo in cui Croce recepì la lezione di De Sanctis fu l'estetica. Questi criticava Hegel sull'analisi della poesia condotta in base al concetto che la poesia dovrebbe contenere e alla dipendenza della validità della poesia dalla bontà del concetto stesso, e come risultato maturò una concezione aconcettuale dell'arte, che fu poi fatta sua da Croce quale «trasfigurazione dello stato d'animo o contenuto psichico». Ma detta critica era contenuta in un'altra più generale al panlogismo hegeliano quale concezione totalizzante continuistica e indistinta della vita dello spirito, sfociante, dice Croce, in un idealismo mistico e teologico. Era la critica della dialettica dell'opposizione, delle triadi e delle formule, «sorda ad ogni esigenza di distinzione tra le diverse forme dello spirito, poste tutte lungo una sola linea, tutte destinate ad essere superate e conservate nella totalità finale dell'assoluto e del punto culminante di questo, la filosofia». A questa dialettica Croce oppose quella dei quattro distinti (detta dai critici «delle quattro parole»): estetica e logica, economica ed etica, come dialettica ideale eterna delle forme dello spirito, in cui ogni volta le altre tre divengono oggetto della quarta.

Nel 1858 De Sanctis diede anche un calcio al sistema dell'identità assoluta sulle questioni della storiografia, perché non riteneva «che fosse bastevole a spiegargli la vita». Negava che ci fosse un disegno sottostante o soprastante alla storia, che questa potesse risolversi in pura razionalità e la razionalità potesse abbracciare tutto il reale. Rivendicava l'autonomia e la ricchezza della realtà, l'importanza dell'esperienza, e propugnò una storia che narrasse i fatti e tendesse a «realizzare una sintesi tra logica e storia, tra idea e fatto, in modo da evitare i rischi di assolutizzazione dell'astratto impliciti in una logica sganciata dalla concretezza della vita».

Queste critiche del letterato De Sanctis sono un attacco al cuore del sistema hegeliano. E ciò è importante non solo in relazione al suo discepolo e continuatore Croce, ma anche in relazione a tutta la reazione all'hegelismo che si scatenò in Europa soprattutto nella seconda metà dell'Ottocento, prima con Feuerbach, Marx, Ruge, Bauer, Schopenhauer ecc., e poi con il positivismo e il realismo. De Sanctis evitò comunque di cadere negli eccessi in cui cadde questa reazione stessa, opponendosi validamente, per esempio nel noto dialogo su Schopenhauer e Leopardi, agli eccessi di Schopenhauer e a quelli del positivismo e del realismo, quando da metodi si trasformarono in sistemi. Anzi questi eccessi lo indussero a riprendere e a rivalutare gli scritti di Hegel.

Se dunque egli è rimasto per la cultura europea uno sconosciuto rintanato nella sua nicchia provinciale e non è venuto fuori come filosofo, ciò è dovuto proprio alla sua misura, semplicità e modestia. Un ampio riconoscimento meritano comunque l'indipendenza e originalità del suo ingegno, per la sua confutazione e del sistema di Hegel con la critica del suo strutturarsi in un organicismo razionalistico permeato di apriorismo, e del suo conformarsi a un astratto idealismo, contrastante con le pretese di concretezza e adesione ai fatti.

Ahinoi, questa critica si applica anche a Croce! Nonostante, infatti, la sua discendenza dal critico irpino e tutti i suoi buoni propositi di concretezza individualità realismo fatticità eversività, egli peccò a sua volta di idealismo in tutti i suoi sensi, cioè anche di ottimismo astrattezza e fuga dai problemi e dalle responsabilità, di cui è stato poi accusato. Rifiutò l'etichetta di neoidealista e di hegeliano, rivendicando per il suo sistema la denominazione di storicismo assoluto, ma nessuno lo prese sul serio e tutti hanno continuato a chiamarlo neoidealista e hegeliano. Perché? Perché conservò di Hegel la concezione della realtà come «spirito», cioè come attività e positività, estromettendone la materia, la natura, la non-umanità, più vaste e potenti dello spirito e nient'affatto scioglibili in esso. Negò la divisione o piuttosto distinzione tra filosofia, critica letteraria, moralismo, storia, poesia, che sono richieste dalla concretezza e dall'esperienza; divise la poesia dalla struttura vivisezionando i poeti, negò i generi, che sono maestose e necessarie formazioni dello spirito umano, e le scienze come fonti di conoscenza, condannò in blocco l'arte moderna ed esaltò poeti passatisti come Carducci e poeti locali come Francesco Gaeta.

Rimangono i risultati filosofici acquisiti sulla scia del maestro De Sanctis e la lezione di umanità e grandezza, da lui impartita come moralista correttore del filosofo e superiore al filosofo.

Ma, pur differenziandosi dal maestro tedesco, rimase nel suo sistema, come uno dei pianeti che ruotano intorno al loro sole, alla stessa stregua dell'altro, rappresentato in Italia da Giovanni Gentile: coronamenti, entrambi, del Risorgimento e dell'unità d'Italia, cioè di un fenomeno di sanità locale nel fiume lutulento dell'Europa del tempo che correva alla crisi.

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