Repliche alla Frale sulla Sindone: «Scritte fraintese»

N on si placano le polemiche sul presunto passaggio della Sindone di Torino tra le mani dei Templari: dopo l’articolo di Sergio Luzzatto sul Sole 24Ore, che una settimana fa ha attaccato Barbara Frale, la studiosa dell’Archivio Segreto Vaticano autrice di due libri editi dal Mulino e dedicati all’argomento, e dopo la risposta che la stessa studiosa ha dato a Luzzatto sul Giornale, il dibattito continua.
Massimo Vallerani, medioevista all’università di Torino, conferma le sue critiche e ritiene indebita la lettura della Frale, che ha interpretato un passo di un documento del processo ai Templari sciogliendo il termine fusteu (con la u e il segno abbreviativo) non in fusteum («di legno») ma in fustanium («di stoffa»), ritenendo dunque che i cavalieri del Tempio adorassero non una statua di legno bensì un’immagine visibile in un telo, cioè la Sindone, che avrebbero segretamente custodito per almeno cento anni. Vallerani spiega al Giornale che «solo una deposizione, quella di un certo Arnaut Sabatier, menziona un “lino” (lineum) che aveva l’immagine di un uomo» che il cavaliere «adorò baciando tre volte i piedi». Ma afferma anche che la studiosa avrebbe volutamente ignorato le frasi che precedono e seguono i brevissimi frammenti da lei riportati, «stravolgendo radicalmente il contesto in cui queste ostensioni del lino o del fustagno avrebbero avuto luogo». Vallerani spiega che subito dopo la deposizione di Arnaud Sabbatier, quella nella quale il cavaliere parla di un lineum habentem imaginem hominis, un altro testimone, Petrus de Mossio confessa che adorò quoddam ligneum habens faciem hominis: «Un legno dunque, non un “lino” come ha scritto erroneamente il notaio nella testimonianza precedente o come hanno letto male coloro che lo hanno successivamente interpretato».
Barbara Frale ribatte: «E chi ci dice che la trascrizione sbagliata sia la prima, e non invece la seconda, quella con ligneum? Il mio libro I Templari e la sindone di Cristo ha un taglio agile e divulgativo, non potevo metterci dentro una dissertazione di filologia romanza. Lo storico esamina, valuta le fonti, poi sceglie la lettura che gli sembra più adeguata. Si sa benissimo che il latino medievale ha tante sfumature linguistiche diverse da area ad area. Rimango colpita dalla strategia di attacco portata avanti un anno intero con toni davvero diffamatori contro di me…».
Un ulteriore approfondimento arriva da Antonio Musarra, medioevista dell’università di San Marino, che torna sulle possibili interpretazione dell’espressione signum fusteum. «Nel latino medievale di area ligure, assai prossimo a quello franco-sudorientale – spiega Musarra – il termine fustus, dal quale deriva l’aggettivo fusteum, oltre al classico significato di “tronco, legno” è attestato anche con il significato di “tessuto, tela”, come si legge nel Nuovo Glossario Medievale Ligure di Nilo Calvini, edito nel 1984». Lo studioso cita poi un altro esempio, tratto dal Vocabolario Ligure Storico-Bibliografico di Sergio Aprosio, edito nel 2001: è attestato nelle «Leges Genuenses del maresciallo Boucicaut» l’uso di fustum per indicare «rotolo di stoffa» o «banda di stoffa centrale». «È vero – ammette Musarra – siamo già attorno al ’400, ma possiamo affermare con ragionevolezza che il regime linguistico utilizzato al tempo era ancora abbastanza vicino al periodo del processo ai Templari. Del resto, come ha mostrato Simonetta Cerrini, i testi dei Templari sono molto ricchi di parole desunte dal dialetto delle città marinare italiche e il latino medievale è ricco di sfumature linguistiche differenti da una macro-area ad un’altra». Il termine fusteum era forse utilizzato nella zona ligure e franco-sudorientale come sinonimo di fustaneum o fustanium, si chiede lo studioso? «È forse da collegare con l’arabo Fustat, “tende”? Indicava un “rotolo di stoffa”? Un “telo”? Il dubbio c’è».

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