Rodotà cambia idea: la privacy può attendere

«Questa inarrestabile pubblicizzazione degli spazi privati, questa continua esposizione a sguardi ignoti e indesiderati, incide sui comportamenti individuali e sociali, sapersi scrutati riduce la spontaneità e la libertà...». Novello George Orwell, il professor Stefano Rodotà, scienziato della privacy, custode massimo della riservatezza personale minata da spioni e ascoltatori telefonici dissennatamente foraggiati dalle Procure, ha subito una curiosa metamorfosi rispetto a quella relazione del 2002 ormai del tutto archiviata. Da garante dei dati sensibili, a centravanti di sfondamento del partito dello sputtanamento cartaceo, da autorità indipendente, a militante e promotore di appelli pubblici per la diffusione di telefonate, nastri, bobine, brogliacci, ordini di custodia.
Su Repubblica, ora, il professore spiega che «neppure il segreto e l’eventuale falsità della notizia possono interrompere la circolazione delle informazioni», ma una decina di anni fa, quando il giurista siedeva sulla poltrona del Garante della privacy, la parola intercettazioni provocava in lui un indescrivibile orrore: «Il problema delle intercettazioni esiste, il Parlamento deve provvedere - spiegava al Corriere della Sera nel ’99 -. Nessuno mette in discussione la loro utilità investigativa, ma nel '98 ce ne sono state 44 mila, il triplo di cinque anni fa. Certo sono autorizzate dal magistrato: ma chi tutela la privacy degli interlocutori di turno?». E a chi, come il procuratore Vigna, ricordava che un quantum di sputtanamento è pure sempre il prezzo da pagare per difendersi dal crimine, Rodotà rispondeva beffardo che «una volta si ricorreva anche alla tortura, pratica ora vietata nei Paesi civili».
Non solo, da Garante inflessibile Rodotà già indovinava i contorni di un minaccioso Grande fratello tecnologico. Le intercettazioni certo, una barbarie da limitare severamente, ma financo le videocamere che spiano e registrano i nostri movimenti ovunque, davanti a «banche, supermercati, incroci, autostrade, palasport, metropolitane, stazioni, stadi di calcio». Un inferno. A livello planetario. Perché Rodotà, il nemico delle intercettazioni, si era spinto più in là, ravvisando in Echelon, il sistema satellitare Usa, il germe di un controllo globale sugli individui, prossimo a contagiare anche l’Europa.
Il Rodotà che adesso spiega che «in democrazia non bastano i controlli istituzionali (parlamentari, giudiziari, burocratici), serve il controllo diffuso di tutti i cittadini, dunque la trasparenza», è lo stesso che fino a qualche anno fa si scioglieva in accenti quasi poetici quando toccava il sacrario della privacy: «L’intimità - scriveva in La vita e le regole - dovrebbe designare un modo d’essere del vivere che non è solitudine, né semplice riservatezza. Non un allontanamento, non una opacità della vita, ma la possibilità di coglierla nella sua pienezza, fuori d’ogni controllo o interferenza. Collocandosi, però, nel cuore della dicotomia tra pubblico e privato, non può che risentire del modo in cui queste due sfere si strutturano, si compenetrano, si combattono. Da ciò il suo trascorrere da libertà in possibile tirannia». Quando uscirono le foto di Silvio Sircana, portavoce del governo Prodi, in macchina accostato ad un trans, Rodotà - intervistato dall’Unità - si fece portavoce dell’intimità pubblica violata: «Sircana è finito in un frullatore indegno, hanno violato la sua privacy e i suoi dati sensibili, diritti fondamentali della persona riconosciuti come tali dalla Carta dei diritti dell’Ue. Siamo di fronte a una questione di civiltà, anche se riguarda personaggi pubblici».
Battaglie, in un verso o nell’opposto, però sempre nel nome dell’indipendenza dalle logiche di partito. Indipendente prima dai Radicali, cui si iscrisse da giovane, poi con il Pci, che lo fece eleggere alla Camera, ma sempre da indipendente, e da cui si staccò, per indipendenza, ritrovandosi la legislatura dopo ancora a Montecitorio, da deputato della Sinistra (indipendente). Più tardi «l’indipendenza lo spinse a diventare presidente del Pds senza essersi mai iscritto» (come scrive Pietrangelo Buttafuoco nel suo Dizionario dei nuovi italiani illustri e meschini). Esponente emerito della gauche caviar, gran frequentatore delle spiagge intellettuali di Capalbio, dove ritrova la creme democratica dei Rutelli e dei Flick, Rodotà fu ripetutamente preso di mira dal Cossiga presidente della Repubblica, che si divertiva a far notare la curiosa presenza di quel borghese alla presidenza dell’ex partito dei lavoratori. Ultimamente Rodotà ha ritrovato la verve militante, che esprime di norma su Repubblica, di preferenza con appelli alla nazione. Garante, di qualcosa, purché garante.

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