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Quel rogo di libri durato 350 anni che ha prodotto il fanatismo

Nel 1483 a Istanbul il sultano vieta la stampa e la diffusione di testi in turco e arabo. Castrando la cultura

Quel rogo di libri durato 350 anni che ha prodotto il fanatismo
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C'è un anno che pesa più di una battaglia, il 1483. Trent'anni esatti dalla caduta di Costantinopoli, dalla fine di Bisanzio, e a Istanbul il sultano Bayezid II firma un firman che è una condanna a morte. Non contro un uomo, contro una macchina. Chi stampa, chi possiede, chi legge un libro in arabo o in turco, impresso meccanicamente al tornio, è già un cadavere. La pena capitale per Gutenberg. Selim, il figlio, nel 1515 ribadisce la sentenza. Cristiani ed ebrei, dentro la Sublime Porta, possono stampare nelle loro lingue, gli arabi e i turchi no. È il rogo dei libri più lungo che la storia conosca, trecentocinquant'anni, e quasi nessuno lo ha mai raccontato.

Lo fa Carlo Panella nel saggio Israele, lo Stato necessario (Rubbettino, pagg. 240, euro 18), e lo fa nel capitolo che si chiama proprio così, "A morte Gutenberg", il cuore segreto del libro. Perché qui non si parla di trincee né di missili, si parla di una civiltà che si autocastra. I numeri sono lame. Fino al 1839, in tutte le tipografie dell'Impero ottomano, vengono stampati quattromilatrecentonovantaquattro titoli. Quattromila in tre secoli e mezzo. Nella sola Europa, tra il 1455 e il 1500, i titoli sono dieci, quindicimila, milioni di copie. Un manoscritto, a Istanbul, costava a un medico cento, duecento mensilità piene. Nove, diciotto anni di lavoro per un solo volume, più di un'automobile di grossa cilindrata oggi. Persino l'amanuense che lo copiava a mano, dieci piastre al mese, non avrebbe mai potuto possederne uno. Il libro era un lusso da nababbi, e il sapere restava chiuso in una stanza.

Da quel vuoto, dice Panella, nasce tutto il resto. In Europa, Lutero traduce la Bibbia in tedesco, spezza il monopolio ecclesiastico della lettura, e da lì parte il torrente: il pensiero critico, le ideologie, la scienza, la cultura borghese che arriva fin nella provincia più remota. Nel mondo ottomano, invece, vince al Ghazali contro il razionalismo di Averroè, vince il dogma contro l'esegesi, vince il deserto. E un deserto culturale non produce poeti, produce jihadismo.

La controprova è l'India dei Moghul, dove la stampa non era proibita e il primo libro in lingua tamil esce già nel 1577. Lì il libro circola, e dal libro nasce una classe dirigente colta, musulmana e indù, che guiderà la lotta anticoloniale e poi la più grande democrazia del mondo. Gli inglesi, nel 1823, si spaventeranno proprio di quei libri e cercheranno di arginarli. Il confronto è impietoso. Dove si stampa, cresce una élite. Dove si brucia la stampa, cresce il fanatismo.

Poi viene il 1918, l'Impero ottomano implode, e nel 1924 Atatürk abolisce il Califfato. È come se nel 1870 fosse stato cancellato il Papa, scrive Panella. Un terremoto delle coscienze, un vuoto di autorità spirituale. In quel vuoto si infila Rashid Ridâ, spacciato per riformatore e invece reazionario purissimo, che riesuma il fondamentalismo medievale di ibn Taymiyya e lo rilancia nella modernità. La pòlis di Maometto del Seicento torna intatta, con le sue norme e il suo odio. Da quel ceppo nascono quattro generazioni di leadership palestinesi che porteranno il loro popolo di sconfitta in sconfitta, di bagno di sangue in bagno di sangue.

L'attualità preme. Panella scrive nei giorni in cui i bombardamenti israelo-americani hanno incrinato il regime degli ayatollah, una svolta che paragona alla caduta del Muro. Cinquant'anni di rivoluzione khomeinista che si sgretolano, Hamas piegata, Hezbollah fuori dal potere, gli Accordi di Abramo che allargano la mappa. Per la prima volta, sostiene, il mondo arabo deve camminare nella storia accanto a Israele, e dunque accanto al libro che gli era stato proibito.

È una tesi forte, coraggiosa, e Panella la difende con la freddezza di chi ha frequentato per una vita il Medio oriente.

Israele, lo Stato necessario, sta dall'altra parte di questa frattura, dalla parte del libro stampato, della critica, del dubbio. La guerra di oggi, sembra dirci, è cominciata cinque secoli fa, in una tipografia mai aperta.

Chi condanna a morte un libro non risparmia mai gli uomini.

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