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"Roma elastica", ritratto felliniano di un cinema allo sbando (il nostro)

Il regista Mandico dirige Marion Cotillard nel film fuori concorso accolto con pochi applausi. Di consolazione

"Roma elastica", ritratto felliniano di un cinema allo sbando (il nostro)
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da Cannes

Il tramonto di una stella del cinema si sposa con il declino della Città Eterna. Primi anni Ottanta. Eddie (Marion Cotillard, nella foto) è un'attrice affermata nell'Olimpo del cinema e si reca a Cinecittà con la sua agente (Noémie Merlant) per prendere parte a quella che si annuncia come la sua ultima apparizione. Eddie vi arriva provata nel morale più che nel fisico, dopo aver ricevuto una diagnosi sfavorevole. La accoglie una metropoli malata come e forse peggio di lei, che non può certo trovare in quel contesto un impulso verso la guarigione. È infatti una Roma onirica e felliniana, ritratta tuttavia nella maniera più deteriore e futile, in cui l'universo cinematografico risulta rarefatto e atomizzato da mezze figure prive di rilievo e spessore, dove Eddie finisce per affogare nei propri incubi e in un cupio dissolvi ormai tristemente presente come cifra contemporanea nella maggior parte dei film che vengono prodotti, ognuno in una diversa chiave e prospettiva.

Roma elastica di Bertrand Mandico è una coproduzione Italia-Francia che rappresenta l'unico stralcio del nostro Paese in questa edizione del Festival di Cannes, per la prima volta nella storia priva di presenze nostrane. Una piccola compensazione attraverso un cast ricco di figure note, l'amichevole partecipazione di Ornella Muti come conduttrice televisiva e Franco Nero, nella finzione regista, anch'egli al tramonto di una luminosa carriera. Oltre a loro il cantante Michele Bravi che se la cava come personaggio di complemento di una galassia frantumata e un po' corrotta nei costumi insieme a Isabella Ferrari che interpreta un'attrice italiana cui si aggiungono Maurizio Lombardi, Tea Falco, Toni Pandolfo, Ondina Quadri e Alessio Gallo.

Il film, fuori concorso, ha raccolto timidi applausi destando una sorta di commiserazione per il modo in cui viene ritratta la società italiana, esterofila ma in dissoluzione, frivola senza convinzione, astratta e vanagloriosa che si culla in un passato all'apparenza remoto nel tempo, nello spazio e nei ricordi.

Un ritratto che forse non meritiamo ma da isolare e circoscrivere nei limiti della finzione di una sceneggiatura, poco incline a documentare la realtà e maggiormente concentrata a costruire quel clima onirico e artefatto che inghiotte la protagonista Eddie, prigioniera del suo passato di stella della settima arte, fagocitata nell'imbuto di angoscia che la conduce nell'inferno di una se stessa minata dal male e dalla scarsa fiducia in una guarigione più lontana che prossima in quella che appare come una resa incondizionata alla patologia.

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