Le mani della 'ndrangheta sullo spaccio nella Capitale: decine di arresti a San Basilio

Blitz dei carabinieri a Roma contro ventuno persone accusate a vario titolo di traffico illecito di sostanze stupefacenti e tentato omicidio. Due fratelli legati alle 'ndrine di Platì gestivano la piazza dello spaccio di San Basilio

È un’organizzazione verticistica quella che ha militarizzato via Sirolo, via Mondolfo, via Pievebovigliana e via Corinaldo, tra le piazze di spaccio più attive di San Basilio. Alla base ci sono vedette e pusher, al vertice gli organizzatori e i capi legati alla ‘ndrangheta.

Da Platì, in provincia di Reggio Calabria, i tentacoli delle ‘ndrine si sono estesi fino alla periferia Est della Capitale, nella Scampia romana diventata da anni la Mecca dello spaccio. A capo dell’organizzazione criminale dedita al traffico, alla detenzione e allo smercio al dettaglio di hashish, cocaina e marijuana, smantellata stamattina alle prime luci dell’alba dai carabinieri di Roma, c’erano i fratelli Alfredo e Francesco Marando, originari di Platì e residenti da anni a San Basilio, ma soprattutto figli “d’arte” di Rosario Marando e nipoti del boss e narcotrafficante calabrese Pasquale.

Erano loro, secondo le indagini della Dda di Roma a "movimentare significative quantità di droga" e a rifornire diversi gruppi di pusher della zona. L’inchiesta ha preso il via nel 2016 dall’arresto del titolare di un bar del quartiere Talenti. Al "Coffee Bean", il locale che ha dato il nome all’operazione, oltre alla colazione si potevano acquistare anche coca ed erba. Da qui gli inquirenti arrivano alla rete dei Marando, che dalla Calabria hanno importato a San Basilio il metodo operativo ispirato alle "Vele" di Scampia. Un sistema paramilitare che prevede l'utilizzo di vedette sistemate all’ingresso dei comprensori o sui tetti dei palazzi.

Gli scambi, come avevamo documentato anche in questo servizio dal quartiere diventato roccaforte dei pusher, avvengono accanto a grossi bracieri che, chiarisce il tenente colonnello Antonio Caterino, "servono a bruciare le dosi nel caso di blitz improvvisi delle forze dell’ordine". La manovalanza cambiava continuamente dopo gli arresti, oltre 90 quelli effettuati dai carabinieri di Montesacro, ma il nucleo ristretto, quello degli organizzatori, era rimasto intatto. Il loro compito era quello di coordinare gli spacciatori, rifornirli delle dosi necessarie prelevando la droga dai nascondigli e tenere la cassa.

Tra loro c’erano altri due calabresi originari di Platì, i fratelli Domenico e Paolo Natale Perre, che gestivano la rete di pusher assieme a Marco Lenti e Gian Claudio Vannicola, nati e cresciuti a San Basilio. A guidare e stipendiare l’organizzazione c’erano i fratelli Marando, che stabilivano i compiti, gli orari e la reperibilità dei pusher. Come veri e propri boss definivano i contrasti tra i membri del gruppo e pagavano gli avvocati a chi veniva "bevuto" dalle forze dell’ordine.

Un business che generava montagne di soldi, come dimostrano le perquisizioni nelle case di alcuni degli arrestati. Appartamenti arredati all’insegna del kitsch, dove nascosti tra i vestiti griffati gli agenti hanno trovato migliaia di euro in contanti. Dall’inizio delle indagini, in tutto, sono stati sequestrati oltre 96mila euro assieme a 2,961 chili di hashish, 1,471 chili di marijuana e 12,106 chili di cocaina.

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