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Roy Roger's gioca a tennis. Il jeans scende in campo

Maglie in cotone pesante da club inglese abbinate a calzoncini in denim "bleach", cioè scolorito ad arte

Roy Roger's gioca a tennis. Il jeans scende in campo
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Portare l'anima denim di Roy Roger's e il dna tennistico di Australian fuori dai campi di terra rossa, erba, cemento o resine sintetiche. È questo il messaggio forte lanciato dall'edizione 110 di Pitti Immagine Uomo. Dietro a una simile scelta ci sono due storie che marciano su binari paralleli. La prima è di tipo nazionale perché in Italia fino alla fine della Seconda guerra Mondiale il tennis era chiamato "gioco della pallacorda". Ci prendevano tutti in giro a cominciare da francesi che pure ancora oggi chiamano il computer ordinateur. Poi noi ci siamo adeguati dal punto di vista linguistico e nel frattempo sono comparsi campioni come Nicola Pietrangeli, Lea Pericoli e Adriano Panatta. Adesso abbiamo anche Sinner per cui non ce n'è più per nessuno.

In mezzo a tutto sul fronte dello stile siamo francamente imbattibili tanto che nel 1956 quando i tennisti più forti del mondo erano australiani, in Lombardia è nato il marchio Australian che nel corso degli anni ha vestito alcuni tra i più grandi protagonisti del tennis mondiale come Ivan Lendl, Goran Ivanisevic, Peter Korda, Jiri Novak e, soprattutto, Paolo Cané. "Il nostro marchio è nato solo quattro anni prima di Australian e anche noi siamo una famiglia che a questo lavoro ha dedicato la vita" dice Guido Biondi, direttore creativo di Roy Roger's, lo storico brand toscano di jeans e dintorni che presenta una capsule collection pensata e sviluppata in co-branding con Australian.

Giocatore di tennis appassionato come il fratello Niccolo Biondi ceo dell'azienda, Guido ha preso in considerazione lo stile tennistico degli anni Ottanta che ha letteralmente cambiato i connotati tanto allo sport quanto alla sua immagine legata fino a quel momento al tutto bianco e ai coccodrilli. Da qui l'idea delle maglie in cotone pesante da tennis club inglese abbinate al calzoncino in denim bleach, nome tecnico della scoloritura ad arte dei jeans. Sensazionale l'uso di un tessuto Madras giapponese in cui i celebri quadri colorati sono dei patch jaquard assemblati tra loro in un apparente disordine cromatico che crea una nuova e sorprendente armonia. Dello stesso segno il bomber ecrù con logo ricamato ispirato dal classico giubbotto da college che in America si chiama Varsity per non parlare della racket tote bag in denim con inserti in pelle e suede pensata come gioco delle parti tra passato e futuro. "Il grosso del lavoro spiega Guido è stato lo styling sulla nostra main collection che ci ha permesso di rileggere in chiave contemporanea tanto i materiali quanto l'estetica vintage, il mondo dei college americani con i ricami di perline etniche degli anni Settanta. Per esempio usando uno speciale tipo di denim in cotone e canapa abbiamo reso nuovo e cool anche il classico abito a doppiopetto. Insomma siamo riusciti a far convivere mondi diversi in unico mondo, il tennis con la vita".

Inevitabile a questo punto pensare a Open, la strepitosa autobiografia di Agassi che comincia con la fulminante frase "Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocarci, mattina dopo mattina, perché non ho scelta".

Per Niccolo e Guido Biondi la storia è molto diversa infatti da anni ai primi di luglio organizzano un torneo di tennis a Forte dei Marmi in memoria del loro papà prematuramente scomparso a 59 anni dopo una vita dedicata al lavoro, alla famiglia e ogni tanto a qualche bella partita.

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