Rutelli, l’eterno transfuga giunto al capolinea

E venne il giorno di Francesco Rutelli, o meglio due giorni di riunione di corrente a via Margutta, ma in fondo basta solo il primo per farsi un’idea, il secondo è inutile, basta una giornata di discussione per capire che il rutellismo è giunto al capolinea. E venne il giorno di Francesco Rutelli, lui che aveva immaginato di diventare il leader del Partito democratico, deve accettare adesso un ruolo minore, parla la mattina per introdurre i lavori, parla in codice, ma tutti hanno già capito che appoggerà Dario Franceschini.
È davvero curioso questo rituale iniziatico con cui si apre il congresso del Partito democratico, le grandi convention americane puntellate dagli annunci delle candidature, dalle battaglie senza esclusione di colpi, da saliscendi che fanno la fortuna e la sfortuna dei leader designati e degli outsider. Il congresso del Pd, invece, nasce, paradossalmente, nel segno della desistenza: la corsa inizia al Lingotto, con i giovani che si riuniscono per acclamare la possibile candidatura di Debora Serracchiani, e che in quella stessa sede scoprono che la Serracchiani getta la spugna, e accetta di fare da numero due o due bis della corrente Franceschini. Il dibattito sui giornali si anima subito dopo, con l’attesa messianica di un fantomatico «terzo uomo», Sergio Chiamparino, il più popolare sindaco del Nord-ovest, che fa in tempo anche lui ad accendere una manciata di speranze, giusto lo spazio di 24 ore, per poi confessare, in un’intervista sull’Unità a Concita De Gregorio: «Non ho ricevuto chiamate da nessuno dei compagni che mi aspettavo si facessero vivi, rinuncio, continuo a fare il sindaco». La terza candidatura che si scaldava a bordo campo era quella di Linda Lanzillotta, pugnace e combattiva ex ministra, ma anche lei, in qualche modo, candidata per conto terzi, ovvero per conto suo, per conto di Rutelli e dei rutelliani. Ebbene, Linda aveva già dato la sua generosa disponibilità a «scendere in campo», ma ieri, a via Margutta, si è capito che Rutelli si associa anche lui a quello che Dagospia chiama su-Dario.
E dire che doveva essere lui, Francesco, il primo dei sindaci progressisti della nuova era, nel 1993, l’uomo di passaggio fra due mondi e due ere, ex radicale, marito di Barbara Palombelli, sindaco designato da Goffredo Bettini, e sfidante di Silvio Berlusconi, quindi sconfitto, ma rigenerato dalla sconfitta, fino a diventare fondatore della Margherita. In questa strana sinistra italiana, in cui gli sconfitti diventavano leader, Rutelli era riuscito ad amministrarsi con grande saggezza: dapprima volto presentabile del Pds, ministro tecnico dimissionario nel governo Ciampi dopo l’assoluzione di Craxi da parte del Parlamento, poi nemico dei Ds, e competitore della Quercia, poi fondatore di una nuova identità «teodem», che nel Pd avrebbe dovuto incarnare e dare voce alle culture cattoliche e neocattoliche. Come è andata a finire, si sta scoprendo in questi giorni: il rutellismo è stato svuotato dal veltronismo, i programmi dei «coraggiosi» sono stati assorbiti dal discorso del Lingotto, gli innesti teodem, come Paola Binetti, la deputata dell’Opus Dei, sono diventati dei personaggi fuori controllo, la corrente si è squagliata come neve al sole, e malgrado ieri a Roma ci fossero molte persone in platea, molte di loro - ad esempio l’ex ministro Paolo Gentiloni - erano già traslocate sotto le insegne di Veltroni, e della sua convention del Capranica.
Insomma, questo è davvero un congresso di paradossi, e forse, l’intervento che varrà la pena di sentire oggi, sarà quello di Roberto Giachetti, deputato anarcorutelliano, che minaccia di dire quello che tutti pensano, ma che nessuno ha il coraggio di ammettere: «Qui, alla fine, non ce n’è nemmeno uno che abbia le palle». Avere le palle, ovvero, scendere in campo da outsider, fare come Obama. Uno che quando aveva presentato la sua candidatura, era considerato poco più che un sognatore. Ecco, leggendo il documento pubblicato ieri dal Foglio, sembra che i rutelliani siano tornati solo ora alla loro missione originaria, che poi era quella di essere il motore del cambiamento dentro il Pd. E un altro paradosso, l’ennesimo, vuole che Rutelli recuperi il suo ruolo politico, abbandonando gli eccessi dell’integralismo cattolico, e i passi falsi, e «contro natura», come l’annuncio di un voto contrario nei referendum sulla bioetica. Rutelli ritorna solo ora a vestire i panni del leader laico e modernizzatore, ma nello stesso momento in cui imbocca questa strada, si rende conto che non ha più il peso politico per competere con Franceschini e con Bersani. E dunque si stava per verificare questo strano corto circuito: D’Alema non corre, ma sostiene la candidatura di Bersani, Veltroni non corre, ma sostiene la candidatura di Franceschini, Rutelli non corre, ma sostiene la candidatura della Lanzillotta. Un congresso in absentia, un congresso per interposta persona. Eppure nemmeno questo passo è riuscito, Rutelli chiude la sua convention con una nota di malinconia, i capelli brizzolati, i riflettori mediatici che si spostano su altri leader, la platea dei supporter mobilitata troppo tardi, l’uomo che fu lo stratega del suo primo successo, l’elezione in Campidoglio - Goffredo Bettini -, che si sceglie (anche lui!) un altro alter ego (Ignazio Marino) per sfidare i due principali candidati. Dicono che Rutelli ieri fosse contento, che temesse il flop, ma le sedie piene non corrispondono a una forza politica. Il tempo di Rutelli stavolta è passato davvero, altri governeranno il partito, altri correranno nelle prossime battaglie elettorali, se a casa Rutelli c’è qualcuno che può aspirare a una leadership, quella è soltanto Barbara, ancora oggi indicata come una possibile direttore di Tg.
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