(...) ce lha nelle tivù nazionali. E se, a trentatre anni è inviata di punta dei programmi di approfondimento di Mediaset dopo una vita a Porta a porta e ha già scritto due libri per la collana «Strade blu» di Mondadori, un motivo cè. E non è solo lessere «un tipo» con una bellezza non volgare e poco appariscente, ma interessante, molto televisiva, che cresce con gli anni. Gli spettatori che recentemente lhanno vista a Marassi per il Genoa non sapevano se essere più ammirati dal gioco di Gasperini o dal suo look da promozione. Son distrazioni.
Ma se bastasse essere belle, non bellone, ci sarebbe la fila di giornaliste televisive pronte a scrivere libri. Il punto è che sia il primo saggio, tutto genovese, su Donato Bilancia, sia La chiamavano Bimba - il racconto di Annamaria Franzoni nelle testimonianze di coloro che hanno avuto a che fare con lei prima e dopo la morte di Samuele - sono bei libri, non libri di una bella. Ed è una differenza fondamentale.
Dirò di più: a mio parere, se Ilaria ha un difetto, è quello di voler sempre bruciare le tappe. É un animo inquieto, consapevole dei suoi mezzi, ma a volte forse troppo consapevole. Talmente brava da non aver bisogno di dire e di farsi dire quanto è brava. Ma lambizione è qualcosa che fa parte della personalità e che si perdona volentieri quando si leggono libri come quello su Bilancia e quello su Cogne. Anzi, forse, se li ha scritti è anche grazie a quello.
Anzi, se devo trovare un secondo difetto a Ilaria (e qui mi fermo) è quello di puntare troppo sulla televisione. Perchè - crescendo moltissimo pure in questo - dimostra di essere una giornalista di razza anche sulla pagina scritta, una narratrice degna dei grandi inviati di una volta. Senza arzigogoli linguisici, anzi a tratti al grado zero della lingua, ma efficace, diretta, capace di colpire. Contemporaneamente documentata e dolce. Anzi, nel libro riesce a emendarsi da una certa freddezza tipica dei programmi di seconda serata e dalla terribile domanda: «Cosa è successo? Cosa si prova?». Invece, appunto, con dolcezza e con un punto di vista femminile che aiuta, in La chiamavano Bimba, Ilaria Cavo racconta i protagonisti di Cogne non come bamboline di un plastico, ma come protagonisti di una Spoon River tragica e dolcissima. Aiutata dalla sua passione - vera, verissima - per la Valle dAosta.
Brava, Ilaria. Genovese che ha dovuto espatriare per essere quello che è, ma che torna a Genova, ogni volta che può. Più che una giornalista, pare una metafora.