Il Consiglio dei ministri è alle battute finali e Matteo Salvini si accomoda nel suo ufficio di vicepremier a Palazzo Chigi. Maniche di camicia e cravatta azzurra, sorseggia un caffè da un bicchierino di plastica e si versa un bicchiere d'acqua. È reduce da una missione andata-ritorno in Molise sull'elicottero per la questione della frana, evento che ha generato l'istituzione dello stato di emergenza anche in Abruzzo, Puglia e Basilicata. «Odio la parola resilienza, preferisco usare il termine ripartenza. Siamo riusciti a riaprire nello stesso giorno autostrada, strade e ferrovia» elenca con soddisfazione.
In Cdm ha parlato a lungo con il ministro dell'Economia Giorgetti. Il colloquio non è un mistero: ce lo riferisce lui stesso. «Era stupito anche lui per le parole del commissario Ue Dombrovskis che non ritiene i nostri problemi sufficienti per intervenire, neanche di fronte a una situazione paragonabile a una malattia grave. Ma questi vivono davvero su Marte». L'Europa, quella di Bruxelles, è diventata un cruccio per il leader leghista impegnato da tempo in una sorta di terza via sul governo del continente.
«Ovviamente non guardo all'Europa che piace al Pd o alla von der Leyen, ma a una realtà diversa che aiuta le persone che hanno bisogno e che deroga dalla camicia di forza del patto di stabilità. Mi spiace dire che a Bruxelles ci sono persone che governano con i piedi e non con la testa». E il discorso cade subito sul grande evento di Milano di piazza Duomo del 18 aprile, il Remigration Summit con i leader sovranisti internazionali da Orbán al premier ceco Babis. Davanti agli organizzatori della Lega si è subito alzato un muro, dalla sinistra istituzionale a quella extraparlamentare. Salvini si spazientisce: «Ci hanno dato dei razzisti, dei sessisti, le cose più astruse. Il presidente del consiglio comunale di Milano chiede censure, questo è gravissimo, deve rappresentare tutti, anche me. E Sala non ha aperto bocca. Come faccio spiegare a leader stranieri, a chi come Bardella rappresenta il 35% dei francesi, che la mia gloriosa città vuole bloccare la manifestazione? La sinistra rincorre il fascismo, questa è una vera prova di regime». Sul palco di piazza Duomo il segretario leghista sorprenderà molti. «Altro che Ue, tornerei alla Cee, funzionava meglio. Preferivo una comunità che un'unione svuotata della sovranità nazionale. Dobbiamo essere padroni a casa nostra, ci lascino spendere i soldi come vogliamo. Non possiamo aiutare camionisti, pescatori e autotrasportatori per il patto di stabilità europea, quella è una gabbia di matti. Ma non può esserci solo stupidità, vedo anche dolo. Gente in parte sciocca e in parte in malafede».
Il colloquio torna sull'agenda nazionale, soprattutto quella economica. E si entra nel campo di competenza del ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Il tema del piano casa lo accende: «Possiamo dirlo, entro un anno, con l'intervento da un miliardo, ristruttureremmo 50 mila appartamenti popolari, sono quelli al momento inagibili. Sarà uno shock positivo, senza precedenti. Con la formula del rent to buy l'affitto diventerà l'anticipo del riscatto, anziché una rata tout court. Sarà un aiuto per i giovani, soprattutto di quelle grandi città dove i prezzi sono insostenibili».
Nei passaggi di Giorgia Meloni alle Camere, Salvini era seduto vicino alla premier. Riferisce sintonia piena con la presidente del Consiglio. «Non c'è nessuna fase 2 dopo il referendum -scuote la testa-. Siamo al lavoro sui temi economici, le cartelle esattoriali da rottamare a luglio, la sburocratizzazione. Noi operiamo e lasciamo la sinistra a cantare Bella ciao in tribunale. Vedo che si sentono già i vincitori delle prossime elezioni».
Ecco le elezioni, orizzonte 2027, il convitato di pietra sull'azione di un governo longevo che si è posto l'obiettivo di chiudere in ordine la legislatura. Ma con quale legge elettorale? «Mi auguro che vada avanti la legge elettorale, che va fatta per garantire governabilità ai vincitori che prendono un voto in più. Le leggi elettorali non si fanno mai su misura, così si rischiano solo brutte sorprese...». Nell'agenda liberale trova un posto in alto la flat tax che il vicepremier vorrebbe allargare ai giovani e portarne l'estensione da da un fatturato di 80-85mila euro a 100mila. «Ma anche qui - allarga le braccia - serve l'ok di Bruxelles, anche solo per dirottare i fondi Pnrr che non vengono utilizzati».
E il contrasto al fanatismo islamico e all'immigrazione violenta? Salvini cita i suoi dirigenti che a Roma e Strasburgo stanno studiano misure di contenimento: Molteni, Ostellari, Tovaglieri, Sardone e Cisint. «Frange di islamisti cercano di aggirare le regole sulle moschee senza requisiti, un problema che non si verifica mai con cristiani, ebrei e valdesi. E crediamo sempre sul permesso di soggiorno a punti: se ti comporti male possiamo rispedirti al tuo paese».
Il discorso cade sul caso Salis, portato alla luce dal Giornale. Che cosa dovrebbe fare l'eurodeputata Avs legata all'assistente retribuito dalla collettività. Trattiene un momento il fiato: «Ogni consiglio che le do, lei fa il contrario. Certo, ha vinto un terno al lotto. Ma il problema non è tanto lei, tanto quella sinistra che sfrutta i casi come il suo. Da ministro della casa, le chiedo quantomeno di scusarsi con coloro che ha danneggiato. Le scuse sono gratis». Le guerre in Iran e in Ucraina viste dal suo ufficio di Palazzo Chigi. «Noi siamo un governo equilibrato e responsabile, la me guerre stanno incidendo su tutto, persino sul dato referendario. Non siamo come Sanchez che urla e poi fa tutto quello che fanno gli altri». E questa tregua incerta? Salvini sospira: «Siamo alleati con il blocco atlantico senza essere servili, ma qualcuno ora sta esagerando. Nessuno ha nostalgia dei tagliagole islamici, ma ora è il momento di capire che tocca alla diplomazia. Continuare a bombardare non si fa un buon servizio e lo dico da vicepremier, da amico e da alleato. Non voglio vedere invasioni via terra, c'è il rischio di un secondo Afghanistan». Arriva anche la conclusione: «Questo conflitto aiuti le parti ad avvicinare Russia e Ucraina. Gli Usa hanno sospeso le sanzioni sull'acquisto del gas russo, mentre in Europa fanno finta di niente.
Alla fine le sanzioni hanno messo in ginocchio le nostre imprese e non Putin». Ed ecco la frecciata finale a Bruxelles: «Qualcuno tifa perché le guerre vadano avanti, vogliono riconvertire certe aziende alle armi. E no».