Caro Feltri,
in questi giorni alcuni giornali hanno dato grande risalto a una fotografia che ritrae la presidente del Consiglio Giorgia Meloni insieme a un soggetto poi risultato legato ad ambienti criminali, oggi collaboratore di giustizia. La foto viene utilizzata per insinuare dubbi e sospetti, quasi si trattasse di una prova di chissà quale vicinanza o, peggio, collusione. Vorrei conoscere il suo parere.
Giordano Pastorino
Caro Giordano,
non siamo davanti ad una forzatura, quella a cui stiamo assistendo è una deriva. E neppure particolarmente sofisticata. Trattasi di una deriva povera, grossolana, meschina, quasi imbarazzante. Prendere una fotografia, un selfie, per di più, uso questo termine strano, e trasformarlo in una sorta di indizio, se non addirittura in una prova implicita di collusione con la criminalità, non è soltanto scorretto. È il segnale di un'opposizione che ha smesso di fare politica per dedicarsi all'allusione e alla diffamazione. E quando la politica si riduce a questo, significa che ha esaurito gli argomenti e anche che la maggioranza sta facendo bene il suo lavoro, tanto da risultare inattaccabile sul piano dei contenuti.
Del resto, cosa sta accadendo? Non si attacca il governo sulle politiche realizzate. Si attaccano i ministri, incluso il primo, sul piano personale, cosa che a Meloni succede spesso, persino nel ruolo di madre viene discussa. Oppure si preferisce insinuare, suggerire, sporcare.
Perché? Perché è più facile. E perché, evidentemente, non si ha altro.
Un selfie, per sua natura, è un frammento casuale, estemporaneo. Chiunque abbia una minima esposizione pubblica sa bene che, nel corso degli anni, può capitare di essere fotografati con chiunque: sostenitori, curiosi, sconosciuti. Trasformare questo in un elemento di sospetto significa introdurre un principio pericoloso: quello per cui una persona diventa responsabile delle identità, delle storie e perfino dei reati di chi, un giorno qualsiasi, le si è avvicinato per una fotografia. È un principio che non sta in piedi. Ma che fa comodo agitare quando si è a corto di idee. Io compaio in almeno un milione di selfie con perfetti sconosciuti e non ho mai chiesto la carta di identità o la fedina penale quando qualcuno mi si è avvicinato per scattare una fotografia. La verità è che siamo al punto più basso di una certa opposizione, e non perché critichi, attenzione, la critica è legittima e necessaria, piuttosto perché ha rinunciato alla serietà. Ha scelto la scorciatoia del sospetto al posto della fatica dell'argomentazione. E questo, credimi, è sempre un cattivo segno. Segno di una crisi profonda, poiché, quando non si è in grado di contrastare una maggioranza sul piano politico, si prova a colpirla sul piano dell'immagine.
Si passa dalle idee alle insinuazioni, dai contenuti alle fotografie, dai fatti alle ombre.Il problema è che le ombre, senza sostanza, restano ombre. E alla lunga non oscurano chi si vorrebbe colpire, ma rivelano la debolezza di chi le proietta.