Il Covid non ferma la ricerca scientifica contro il cancro

Negli ultimi 12 mesi la Fondazione Nibit ha sviluppato 6 studi clinici, coordinati dal Centro di Immuno-Oncologia (CIO) dell’Azienda ospedaliero-universitaria Senese

Il Covid non ferma la ricerca scientifica contro il cancro

La ricerca scientifica contro il cancro non si ferma, neanche in tempi di pandemia. Lo dimostra l’impegno della Fondazione Nibit che, negli ultimi 12 mesi, ha sviluppato 6 studi clinici, coordinati dal Centro di Immuno-Oncologia (CIO) dell’Azienda ospedaliero-universitaria Senese.

In particolare, sono tre le sperimentazioni di particolare rilievo che oggi sono state al centro della conferenza stampa virtuale, organizzata per la presentazione dei risultati ottenuti. Il primo rappresenta è rappresentato dallo studio NIBIT-M2; al centro dell’indagine che ha visto la partecipazione di 80 pazienti, la sopravvivenza a 5 anni del 41% dei pazienti con melanoma e metastasi cerebrali attraverso l’utilizzo di due molecole immunoterapiche, nivolumab e ipilimumab.

Il secondo, NIBIT-MESO-1, è stato condotto su 40 pazienti affetti da mesotelioma, tumore raro e complesso al centro dello studio. Lo studio ha dimostrato come il ritrattamento attraverso l’immunoterapia e la possibilità di utilizzare il carico mutazionale del tumore (TMB) hanno contribuito a prevedere la risposta utilizzando questo approccio curativo. Terzo, invece, è lo studio BIBIT-ML1. Si tratta di una nuova strada nella lotta al cancro intrapresa per vincere la resistenza all’immuno-oncologia, riguardante in particolare il tumore del polmone e del melanoma.

Michele Maio, Presidente Fondazione NIBIT, Direttore della Cattedra di Oncologia dell’Università di Siena e del Centro di Immuno-Oncologia (CIO) dell’Azienda ospedaliero-universitaria Senese, ha sottolineato l’importanza dell’impegno della Fondazione nella lotta al cancro anche in un periodo difficile come quello attuale: «Questi studi, che pongono le basi per cambiare la pratica clinica quotidiana, sono la testimonianza della dedizione dei ricercatori di Fondazione NIBIT che, anche in questi mesi difficili a causa del Covid-19, hanno continuato a lavorare per rendere disponibili ai pazienti oncologici nuove sperimentazioni cliniche. Oggi nel Centro di Siena sono circa 300 i pazienti, il 25% in più rispetto al 2019, coinvolti in oltre 50 studi clinici attivi. Le conseguenze della pandemia cominciano a essere evidenti nei nostri reparti in cui osserviamo persone con neoplasie molto avanzate, perché hanno ritardato le cure o ignorato sintomi sospetti, evitando di andare in ospedale. Non possiamo vanificare gli sforzi compiuti dalla comunità oncologica in questi anni, la ricerca scientifica non deve arrestarsi e la Fondazione NIBIT è in prima linea».

«Il melanoma è un tumore della pelle, molto aggressivo in fase avanzata – ha sottolineato Anna Maria Di Giacomo, Coordinatore del Programma Sperimentazioni Cliniche di fase I e II del CIO -. Nel 2020, in Italia, sono stati stimati 14.900 nuovi casi. Circa il 50% dei pazienti con melanoma metastatico sviluppa metastasi cerebrali. Per la prima volta al mondo abbiamo infranto il ‘dogma’ per cui l’immunoterapia non funziona in questi casi. Lo studio di fase 3 NIBIT-M2 ha coinvolto 9 centri coordinati dal CIO di Siena. I pazienti, mai trattati prima, sono stati divisi in tre gruppi. Al primo è stato somministrato un farmaco chemioterapico, la fotemustina, al secondo la combinazione ipilimumab più fotemustina ed al terzo la combinazione nivolumab più ipilimumab. NIBIT-M2 rappresenta la prosecuzione ideale dello studio NIBIT-M1, pubblicato nel 2013 su ‘Lancet Oncology’, che aveva incluso solo i primi due bracci. Per la prima volta al mondo sono disponibili i dati sul trattamento immunoterapico a lungo termine in questa popolazione. Il 41% dei pazienti trattati con la combinazione nivolumab e ipilimumab è vivo a 5 anni rispetto al 10,9% con fotemustina».

«Le metastasi cerebrali sono un fattore prognostico assolutamente sfavorevole, con una sopravvivenza mediana di circa 6 mesi – ha poi aggiunto il Prof. Maio -. Grazie ai risultati dello studio NIBIT-M2, possiamo affermare che i pazienti con metastasi cerebrali rispondono alla combinazione di molecole immunoterapiche in prima linea in modo simile alle persone colpite da melanoma metastatico ma prive di metastasi al cervello».

Fondazione Nibit mira anche all’identificazione sempre più mirata dei pazienti che possono rispondere positivamente al trattamento basato sull’immunoterapia. I motivi alla base della scelta li ha illustrati il Prof. Maio: «I nostri obiettivi sono, da un lato, fornire la migliore terapia a ogni persona con diagnosi di cancro, dall’altro utilizzare al meglio le risorse disponibili. Per raggiungere questi risultati, serve un biomarcatore ‘solido’ e TMB, che misura il numero di mutazioni molecolari nel tumore, va proprio in questa direzione. Per valutare il carico mutazionale è necessario analizzare una quantità elevata di geni. Il test è eseguito su tessuto tumorale, grazie alle moderne tecniche di analisi del genoma che si avvalgono del sequenziamento genico di nuova generazione. E deve essere effettuato al momento della diagnosi: così il clinico dispone di una ‘fotografia’ molecolare completa per ogni paziente e può individuare quali risponderanno meglio all’immunoterapia».

Neoplasia rara e molto aggressiva, il mesotelioma è stato individuato in circa 1900 nuovi pazienti solo nel 2020 in Italia. «Presenta un fortissimo legame con l’esposizione professionale alle fibre di asbesto e per trent’anni non vi sono stati avanzamenti nella terapia – ha spiegato Luana Calabrò, Responsabile neoplasie toraciche del CIO -. Il nostro gruppo di Siena, ha sviluppato, nel 2009, le prime ricerche al mondo di immunoterapia con anticorpi diretti contro differenti check-point immunologici proprio nel mesotelioma. Lo studio NIBIT-MESO-1, pubblicato ad aprile 2021 su ‘Lancet Respiratory Medicine’, innanzitutto ha dimostrato che una percentuale rilevante di pazienti, circa il 50%, ritrattati con una combinazione di molecole immuno-oncologiche, risponde nuovamente al trattamento immunoterapico. La sopravvivenza globale mediana è stata di 25,6 mesi rispetto a 11 mesi in quelli non ritrattati. Fino a oggi mancavano dati sull’efficacia del ritrattamento con l’immunoterapia nel mesotelioma. Nello studio NIBIT-MESO-1, abbiamo anche analizzato, retrospettivamente, il carico mutazionale del tumore e abbiamo osservato risultati migliori sia in termini di risposta che di sopravvivenza nei pazienti trattati con l’immunoterapia che presentavano un TMB superiore alla mediana. In particolare la sopravvivenza ha raggiunto 30,9 mesi nei pazienti con TMB più alto rispetto a 14,9 mesi nei pazienti con un valore più basso di TMB».

«Il carico mutazionale del tumore – spiega il Prof. Maio - può quindi aiutare a predire la probabilità che un paziente con mesotelioma tragga beneficio dal trattamento immunoterapico. Le cellule tumorali con elevato TMB presentano alti livelli di neoantigeni, che aiutano il sistema immunitario a riconoscere il tumore come ‘estraneo’ provocando un aumento delle cellule T deputate a combattere il cancro e, di conseguenza, stimolando la risposta antitumorale».